“ESPERIENZE DI FEDE NELLA MALATTIA” di Bernhard Häring

 

“Esperienze di Fede nella malattia”

di Bernhard Häring

Ho letto e trascritto per chi vuole queste pagine autobiografiche

Presentazione

È con profonda riconoscenza a padre Bernhard Häring che pubblico queste sue preziose Esperienze di fede nella malattia. Sono pagine nate da conferenze e colloqui con migliaia di ammalati che il teologo tedesco ha incontrato nella sua lunga vita di Redentorista e, in modo particolare, dal 1977 quando, anch’egli malato tra i malati, ha iniziato la sua lotta contro un recidivo cancro alla laringe.

Da allora, più di prima, ogni nuovo incontro con padre Häring, 81 anni e 54 di sacerdozio, suscita la gioiosa impressione di una giovinezza di spirito e di energie che non nasconde i segni della malattia ma rivela con dimensioni nuove la statura di intelligenza, di volontà e di fede dell’uomo.

Camminando con lui nei boschi della Baviera, dove da alcuni anni è tornato a vivere nell’antico convento di Gars am Inn che lo accolse ventenne agli inizi della vita religiosa, mi è parso che padre Häring respiri una prodigiosa vitalità da quella splendida natura in cui intensa-
mente vive, lavora e. contempla, e da cui parte per ancora parlare, predicare o portare conforto a chi ha bisogno.

Indiscusso maestro del rinnovamento teologico nella stagione del Concilio, Padre Häring ha scritto opere fondamentali di teologia morale, ha insegnato per oltre trent’anni all’Accademia Alfonsiana di Roma e in altre università, ha tenuto e tiene conferenze in tutto il mondo, dialoga da sempre con uomini di ogni fede, è un apostolo dell’ecumenismo, della non violenza e della pace. Per lui la teologia è vita, lontana da ogni accademismo, e ha come sorgente la fede vissuta nella comunità e la carità concreta per i fratelli più poveri e insicuri. Durante il Concilio Vaticano II, a cui ha partecipato come esperto dei vescovi tedeschi, era uno dei teologi più ricercati perché capace di in tessere dialogo e amicizia anche con noi giornalisti.

Convinto che le scelte morali del cristiano sono tali unicamente se nascono nella libertà e dalla fedeltà al Cristo, padre Häring ha affrontato con orizzonti nuovi i problemi etici più dibattuti, come la morale sessuale, la paternità responsabile, la libertà religiosa e la trasparenza nella vita ecclesiale. Spesso è venuto a conflitto con le strutture ecclesiastiche vaticane fino a subire dal ’75 al ’78 un penoso processo dalla Congregazione per la Dottrina della fede. Con estrema sofferenza ha. coerentemente difeso le sue convinzioni di coscienza, senza mai incrinare la sua fedeltà alla Chiesa.

In Esperienze di fede nella malattia padre Häring racconta come ha vissuto la prova delle malattie e del cancro alla gola, che lo ha costretto a sette interventi chirurgici seguiti da impegnative terapie. E un itinerario attraverso il dolore, un sigillo di autenticità a quanto Häring ha annunciato e scritto in tutta la sua vita. Libero e fedele a Cristo, ha accettato la croce fino a scandire il respiro delle sue giornate con la preghiera stessa di Gesù «Abba, Padre mio».

Questa testimonianza, come dice l’autore, vuole essere un conforto per gli ammalati e quanti vivono o lavorano accanto a loro. Ma la malattia è all’uscio di ogni uomo, in attesa di bussare o di entrare all’improvviso.
È quindi un libro di vita e di speranza valido per tutti. Ed è ancora un nuovo motivo per dire grazie a Padre
Häring.

INTRODUZIONE

Ogni vita umana e ogni famiglia hanno a che fare con sofferenza e malattia, chi più, chi meno. Fa parte del nostro essere-persona, della nostra umanità. La questione è come riusciamo a porci davanti alla malattia. La domanda, che approfondisco, è soprattutto: quale ruolo ha in questa circostanza la nostra fede? Quali forze ci vengono dalla fede? A tratti sperimentiamo la fede come forza che dà la guarigione. lo mi chiedo: cosa ci aspettiamo dalla fede? La guarigione del corpo o non piuttosto un senso della vita? Invece di tentare un’esposizione teologico-sistematica sul senso e il nonsenso della malattia, cosa che già molti hanno fatto, preferisco un approccio narrativo.
Se molti ci raccontano come hanno superato la malattia e quanto è riuscito loro difficile, ci troviamo in un gruppo di studio. Per questo oserò qui raccontare il mio rapporto con la malattia, non perché credo di essere un esempio, quanto piuttosto nella speranza che il lettore si identifichi a larghi tratti.

Non mi sarei sicuramente potuto decidere a fare questa pubblicazione se non mi fossero state rivolte
reiterate preghiere di scrivere, in base alle mie esperienze personali, un libro di conforto per i malati e di aiuto per coloro che li assistono. lo stesso non posso immaginare una gioia maggiore di quella di apprendere che persone sofferenti, tramite lo scambio delle nostre esperienze di fede nella malattia, trovino conforto e forza.

Imparare dalle sofferenze e dalle malattie altrui

La malattia non colpisce nessuno del tutto impreparato. Noi la sperimentiamo sulla nostra pelle, nella nostra famiglia, tra amici, in persone che hanno qualcosa da direi.

Ero un bambino sano, in una schiera di fratelli e sorelle sani, anzi, godevo di salute e forza strabocchevoli. All’ età di sei anni appresi con shock cosa è la malattia e la sofferenza. Verso la fine della guerra mia madre ebbe un pericoloso sbocco di sangue. Noi tutti eravamo attaccati a lei non meno di nostro padre, per il quale lei era il vangelo vivente, come una volta mi disse più tardi. Noi tutti pregavamo e tutti ci comportavamo esemplarmente, per risparmiare così ai nostri genitori ogni arrabbiatura in questa situazione; anzi, per procurare loro piacere. Ricordo ancora quanto noi tutti tememmo per la vita di nostra madre. Nello stesso giorno ci colpì come un fulmine la notizia che i miei due fratelli maggiori, che stavano al fronte, erano stati dati per dispersi. Il postino fu particolarmente sensibile. Egli portò entrambe le lettere, il cui contenuto gli era chiaro, a una parente stimata per la sua saggezza che doveva darci la notizia con precauzione. Tutti scoppiammo in lacrime. Mio padre, che sicuramente era stato il più colpito da questa notizia, ci ordinò tuttavia di non andare con gli occhi rossi di pianto nella stanza della mamma: «Altrimenti ci muore anche la mamma!». Quando le due sorelle maggiori ritennero che non si notassero più gli occhi gonfi, andarono a trovare la mamma. Ma questa si accorse subito della loro inquietudine e chiese: «Quale dei due è caduto?». Nostra madre sopravvisse a questo duro colpo. L’esperienza della lotta, basata sulla fede, di fronte alla notizia di tale disgrazia e di fronte a una madre in pericolo di
vita, ha plasmato profondamente la mia vita, anche la mia vita di fede. «Che la tua volontà si compia», sentii pregare. Ma proveniva dal cuore ferito. Più tardi risultò che solo il maggiore dei due fratelli era caduto. Il secondo tornò dopo un anno dalla prigionia inglese malato di lupus.

Questo fu un colpo terribile particolarmente per mio padre. Mio fratello Wenzel si era arruolato come volontario prima di essere soggetto agli obblighi di leva, per poter così risparmiare a mio padre di andare in guerra. Mio padre voleva proibirglielo, ma Wenzel si impose. Mio padre fece di tutto per trovare il medico migliore. Un professore di Tiibingen poté infine aiutare mio fratello, consigliandogli insistentemente di intraprendere la lotta contro illupus diventando vegetariano. Così Wenzel condusse una lotta vittoriosa e imparò a conoscere la forza di guarigione della preghiera. Ne parlò spesso con me.

Due esempi illuminanti

Mia madre provvedeva a mantenere due anziane signore, divenute poverissime a causa dell’inflazione. Spesso toccava a me l’onore di portare del cibo caldo e una pagnotta alla vecchia Cacilia cieca. Il mio sentimento di compassione si trasformò in una profonda venerazione per la bontà e la rassegnazione totale alla volontà di Dio di questa donna. S’impresse una frase nella mia memoria: si può anche da malati, anziani e poveri, irradiare gioia. Da giovane prete predicavo una settimana di esercizi spirituali in una parrocchia della Bassa Baviera. Non ero solamente sorpreso dalla grande attenzione della gente durante le prediche, persino dei giovani e dei bambini, bensì anche dalla fede che molti rivelavano durante la confessione, in quanto si chiedevano con totale sincerità quale fosse la volontà di Dio nella loro vita. Infine dissi al simpatico parroco: «Una fede tale non l’ho trovata da nessuna parte. Mi potrebbe rivelare il segreto della vostra pastorale?». La sua risposta fu: «Il segreto non sta né in me né nel mio amabile vicario. Se vuoi scoprire il segreto, allora va’ a trovare una malata. È degente da de-
cenni e adesso è tanto afflitta dalla gotta che non può nemmeno portare la mano alla bocca». Visitai questa inferma nella sua misera stanza. Mi pareva che risplendesse come una viva luce. Non un viso stravolto dal dolore, bensì occhi radiosi, bontà illuminante. Ricordo ancora perfettamente le sue parole: «Padre, non posso mai ringraziare Dio sufficientemente; la nostra malattia e i nostri dolori sono redenti e possono così contribuire all’ opera di redenzione». Non parlò del necessario dolore espiatorio per altri, ma semplicemente dell’essere redenti come
dono ricevuto e come regalo da trasmettere. Il parroco, dopo la visita mi disse: «Mi sembra che questa malata sia diventata il centro dell’annunciazione per la nostra parrocchia, annunciazione senza una verbosa predica». Queste e simili esperienze erano per me sicuramente un aiuto indicibilmente grande, per superare le mie stesse malattie.

La storia della mia malattia

Se raccontassi adesso delle mie malattie, potrebbe venire in mente a qualcuno che fossi un uomo sofferente quasi come Giobbe. Ma non è così, soprattutto per due motivi. Primo, non mi tormentava la domanda del «Perché?» come l’uomo sofferente dell’Antico Testamento. Davanti a me vi era sempre il Crocifisso e il Risorto. Conoscevo almeno approssimativamente «la chiave». Però voglio anche precisare che io stesso non sono stato alle prese con simili quesiti.
Secondo, ho goduto per molto tempo di ottima salute e scrivo tuttora da ottantenne come un uomo di eccellente salute e pieno di gioia di vivere.

Il mio noviziato

Il mio noviziato (nel 1933/34) divenne per me anche tempo di studio del rapporto con la malattia. Entrai nel noviziato, nel 1933 a Deggendorf, scoppiando di salute. Ero un tipo sportivo e ci tenevo molto alla ginnastica, ma ben presto scoprii che il pio e da me
venerato maestro dei novizi si scandalizzava dei miei esercizi ginnici nel giardino del convento e ne trassi conseguenze di grande portata. Vi rinunciai completamente e accettai anche alla lettera tutti i consigli del maestro dei novizi. Non mi appoggiai più nell’inginocchiarmi, anche se questo provocava delle tensioni corporali. Mi sforzai, secondo un metodo apparentemente efficace, suggerito mi dal maestro dei novizi, di avere la coscienza permanente della presenza
di Dio, respingendo energicamente ogni distrazione. La conseguenza? «L’arco troppo teso si spezza». Quasi di colpo incominciarono disturbi cardiaci e continuo mal di testa. Nel frattempo il noviziato era stato trasferito a Gars. Il medico locale era legato amichevolmente al convento e mi consigliò di rinunciare una volta per tutte al pensiero della vita monastica, visto che dal punto di vista della salute non ce l’avrei fatta. Disse questo anche al maestro dei novizi. Dopo un paio di settimane quando vide che io volevo restare lo stesso, venne egli stesso dal maestro
dei novizi e lo avvertì: «Questo giovane sarà soltanto un peso per il convento.

Egli non arriverà mai al completo dispiegamento delle sue capacità lavorative». Il maestro dei novizi mi riferì questo piangendo, perché mi amava profondamente. Così venne
con me a Monaco da una oculista, a quel tempo molto famosa. Essa non mi guardò soltanto accuratamente gli occhi, ma usò anche tutti i mezzi disponibili allora per un’ accurata diagnosi, il cui risultato fece poi pervenire al maestro dei novizi: «Tenetevi pure il giovane, ma dategli più spazio, per riposarsi e per rilassarsi. Riprenda anche la sua ginnastica, certo solo gradualmente». Fecero un tentativo. Proferendo i voti nel maggio del 1934, stavo meglio, non potevo però inginocchiarmi davanti all’ altare. Proferii i voti seduto su una sedia. Che audacia da entrambe le parti!Il mio immediato superiore nel collegio, P. Engelbert Zettl, storico della Chiesa, era un uomo di straordinaria saggezza e bontà. Mi lasciò tempo libero a volontà per la mia guarigione. Egli aveva la terza ora di lezione giornaliera. E anche se la storia della Chiesa mi interessava molto, mi addormentavo abitualmente per circa dieci minuti. Quando una volta gli chiesi se avesse notato che dormivo spesso durante la sua lezione e cosa egli ne pensasse, la risposta fu sorprendente e anche del tutto naturale: «Cosa ne penso! Speriamo che ti faccia bene!». Sì, tali rapporti umani fanno bene. Subito dopo il mio arrivo nel collegio a Rothenfeld, durante la falciatura, venne ferito un piccolo capriolo e un altro venne catturato. Mi presi cura affettuosamente di entrambi, nutrendoli dapprima con il biberon. Essi diventarono docili con me, come con una madre capriolo: prendevano il cibo dalla mia mano, effettuavano per me gare e raffinati duelli. Questo significò, per la mia salute, più delle gocce per il cuore e cose del genere. Si trattava dell’arte del rilassamento. Niente è più dannoso per i malati che le continue occupazioni e preoccupazioni per la salute. Rilassamento e distrazione non devono essere mai sottovalutati. Dal 1935 fino alla grave ferita nel maggio del 1942 non ebbi più bisogno di un medico.

Le mie esperienze come soldato della sanità

Subito dopo l’inizio della guerra, nel 1939, venni chiamato al servizio sanitario e per questo addestrato a Monaco e ad Augusta. Dal gennaio fino al settembre del 1940 venni esonerato e feci le mie prime esperienze di docente di teologia morale. Quando poi venni mandato in Francia con un reggimento di fanteria, mi fu affidata l’assistenza medica dei miei
camerati della compagnia del corpo sanitario. Questo favorì molti importanti contatti spirituali, ma suscitò anche certi imbarazzi perché dei miei compiti faceva pure parte la prevenzione delle malattie veneree, come, per esempio, la disinfezione di soldati e ufficiali dopo un rapporto sessuale con prostitute. Mi fu anche affidato il servizio di disinfezione di un bordello
riservato ai soldati. Dipendeva da me scegliere gli infermieri per il regolare servizio sanitario. Posso soltanto dire, in breve, che in quella situazione limite evitammo molto male e potemmo incitare parecchio al bene. Così, per esempio, qualche ragazza poté uscire da quella situazione e qualche uomo fu portato a riflettere.

Questo compito delicato mi continuò a tormentare ancora non poco durante la campagna di Russia. Dovevo notificare i contagi e ricercarne le cause, per prevenire ulteriori contagi. Quando un giovane, vanitoso giornalista del nostro battaglione, venne contagiato da una donna, madre di molti figli, per la quale, data la sua situazione, un ricovero non era possibile, il rigido comandante del mio reggimento mi ordinò di far fucilare la donna. Avrei potuto fargli notare che una cosa del genere non se la sarebbe potuta aspettare da un prete. Ma poi qualcun altro
avrebbe ricevuto l’ordine e l’avrebbe eseguito. Così mi assunsi io la responsabilità e dissi alla donna che se lei avesse contagiato ancora qualcuno la mia stessa vita era nelle sue mani. Mi fidavo, giustamente, delle sue rassicurazioni di non contagiare più nessuno e di prendere regolarmente i medicinali. Questo è solo un esempio di come vita e salute siano affidate completamente a noi tutti.

In guerra si pone il «problema» malattia, sofferenza e morte in modo del tutto nuovo, e con inaudita forza, perché sono gli uomini che, su comando, si procurano a vicenda sofferenza, ferite e morte, persino in una misura finora sconosciuta. Nella seconda parte della campagna di Russia una scheggia di granata fracassò il cranio di un mio amico gesuita, che stava vicino a me. Una ribellione potente di tutto l’essere e poi l’amaro «perché?». Un’ora più tardi curavo il primo soldato russo gravemente ferito. Quel che noi come infermieri potevamo fare era molto, ma in considerazione della dimensione della morte e della sofferenza era quasi niente. Da quell’esperienza maturò in me la vocazione a impegnarmi per la questione della pace e della nonviolenza. L’avrei
dovuto fare forse più appassionatamente: «Egli è stato percosso e noi siamo guariti» (Isaia 53,5). Se tutti coloro che si chiamano cristiani si mobilitassero radicalmente per la nonviolenza, per l’amore conciliante che rende il nemico non più tale, con lo sguardo verso il Servo di Dio Gesù Cristo, ne verrebbe a tutta l’umanità salvezza e guarigione. Questa è la mia risposta all’ angoscioso «perché?». Nessuno dovrebbe fermarsi a questo «perché» e dovrebbe inserirsi invece nel numero degli apostoli della nonviolenza, come via per la pace.

Vivere con «sorella morte»

La vita di un maresciallo della sanità in un reggimento di fanteria è una convivenza con la morte come nemico numero uno, a meno che essa non si viva come la liberazione dei credenti, che si consegnano alla sorella morte con lo sguardo al Risorto. Ho sperimentato più volte cose del genere. Penso adesso solamente al soldato protestante di un reggimento vicino, del quale corsi in aiuto. Quando aprii i suoi vestiti, fuoriuscirono gli intestini. Mi presentai come sacerdote e infine gli dissi: «Di’ sì; adesso il Padre ti richiama a casa», e la sua risposta fu: «Quando Dio ci chiama, saremo sempre pronti». Una parola che significava più di un intero trattato su malattia, sofferenza e morte.

In una guerra crudele, con il suo insensato uccidere, è particolarmente difficile fare amicizia con la morte come «sorella», come riuscì a san Francesco d’Assisi con tanta spontaneità. Ci provai almeno, talvolta con una nota sbagliata: morte come liberazione da questa orrenda valle di lacrime. Durante la guerra, persino durante una vacanza a Stoccarda in cui ci fu un forte bombardamento, ho tentato di abituarmi all’eventuale vicinanza di sorella morte. Nel maggio 1942 mi sembrò che fosse molto vicina. Nella grande battaglia tra Charkow e Kursk avevo già perso tutti e cinque i miei portantini del battaglione di fanteria, quando una scheggia di una granata mi ferì alla testa. La scheggia penetrò come fuoco e in pochi minuti tutti i vestiti furono inzuppati di sangue. Ho potuto solo con un ultimo sforzo fasciarmi, così da non morire dissanguato. Posso ancora ricordare: quando
mi portarono in un grande centro di medicazione, l’aiutante russa, che mi doveva togliere i vestiti insanguinati, si mise a piangere forte. lo avevo pianto, per la prima e ultima volta, quando avevo dato al mio amico gesuita l’unzione degli infermi nel suo ultimo sussulto. Mi era chiaro che se avessi continuato così, con l’espressione della compassione, mi sarei rovinato psichicamente. Dovevo semplicemente, con tutta la compassione che provavo, stringere i denti e dominarmi.

I miei camerati espressero spesso la loro ammirazione per la calma con cui prestavo aiuto, anche nei casi più difficili. Non avevano idea quanto mi torturassero in sogno le mani grondanti sangue, e il volto e le ferite dei soldati. E questo ancora per molti anni dopo la fine della guerra, ogni volta che ero troppo teso.

Per chi ha servito per anni come infermiere in fanteria nel corso di una guerra crudele, non è facile pensare di morire con l’immagine di «sorella morte». Questo mi divenne di nuovo possibile quando assistetti vari moribondi, che morivano completamente in pace con se stessi e con Dio. Penso soprattutto al mio confratello romano, padre Dressino, in cui vidi sempre il sacerdote e il confratello ideale. Quando egli intuì che sarebbe morto, espresse il desiderio che fossi io a dargli l’unzione degli infermi. Che pace sul suo volto! Un paio di ore dopo aver ricevuto il sacramento, si rivolse a me e chiese: «Come si chiama il religioso che ha scritto il libro S~ Padre?». Alla mia risposta: «Richard Graf», disse piano, in modo chiaramente comprensibile: «Adesso lo dico per l’ultima volta: Sì, Padre». Quando la mattina dopo, l’infermiera gli chiese delle sue condizioni, la sua risposta fu: «Sono felicissimo!». Queste furono le sue ultime parole. Simili ricordi sanarono in me le gravi ferite spirituali provocate dalle varie esperienze della morte violenta in guerra.

Il contagio del tifo (anche se si poteva evitare)

Nel secondo inverno di guerra in Russia comparve nella nostra unità l’ileo tifo, che, similmente alla febbre petecchiale, divenne per noi un grave flagello. lo stesso, come maresciallo della sanità, avevo diagnosticato correttamente numerosi casi di tifo, sia nei soldati che nella popolazione e di solito potevo dare il mio aiuto anche in modo discretamente corretto.
Quand’ ecco che ricevemmo un nuovo medico della truppa. Egli mi portò in una casa russa dove vi era un malato, che io dovevo, come lui sperava, guarire e curare in poco tempo. Misi in guardia il medico: «Quell’uomo ha il tifo. Lo dobbiamo ricoverare subito nel lazzaretto da campo, perché domani non sarà più trasportabile». Allora faceva molto freddo. Il medico, di per sé un tipo simpatico, si sentì offeso nel suo onore di medico e si ostinò nella sua diagnosi.
Nel lazzaretto da campo ripetei al medico competente, che secondo il mio giudizio, si trattava sicuramente di un caso di ileo tifo. Questi mi ordinò di restare presso quel malato finché avesse confermato la diagnosi; infatti, diceva, se si trattava veramente di tifo, visto che io avevo dormito per tre giorni vicino a quell’uomo, allora avrei dovuto essere contagiato. Tornai lo stesso dalla truppa, che aveva urgente bisogno di me. Il tifo non si fece attendere a lungo. Trascorsi quel periodo nella camera del contadino, non permettendo, però, che qualcuno stesse vicino a me. Mi curai da solo, per non contagiare alcun altro. Per un trasporto nel lazzaretto da campo era ormai troppo tardi. Non dovevo soltanto combattere l’agente patogeno della malattia, ma anche la rabbia per la diagnosi sbagliata e lo sdegno per l’indisponibilità del medico ad ammettere l’errore in tempo.

Intendo dire che anche questo è un tipico caso con cui i malati sono continuamente confrontati. Quando il medico in questione dovette andare egli stesso in ospedale per la febbre petecchiale, il colonnello insistette perché io mi occupassi di tutto il servizio, perché non si fidava troppo dei giovani medici che venivano mandati al fronte appena conclusa la loro preparazione scientifica. Così ebbi per quasi un anno una responsabilità spirituale quasi insopportabile, finché decisi di rivolgermi direttamente al generale medico e di esporre il mio problema. Ci fu quindi inviato un abile medico. Respirai di sollievo. Sicuramente molte altre persone, che stavano nel servizio sanitario, avranno avuto le stesse esperienze.

I begli anni della salute

Dopo il mio ritorno dall’est godetti per quasi vent’anni di ottima salute. Non pochi si sorpresero della mia forza creativa, soprattutto durante il Concilio che mi richiedeva molto lavoro. Ma alla fine fu evidente che avevo preteso troppo. Il medico specialista constatò una grave malattia di circolazione e di cuore e mi prescrisse forti farmaci. Quando gli chiesi quanto a lungo li avrei dovuti prendere, mi rispose laconicamente : «Fino alla sua beata morte». Ma già dopo un anno e mezzo, assistito da un ottimo medico, potevo smettere ogni terapia. Ebbi ancora undici anni buoni. Potevo, senza essere colpito da danni alla salute, dedicare tutte le mie vacanze accademiche
al lavoro intensivo in Africa e in Asia, al servizio della missione e dell’ acculturazione, nello spirito del Concilio. La gioia per questo compito e l’ineffabile grande amore, che io provai sempre, erano una sorgente di forza per la mia salute.

La lunga lotta contro il cancro

Il processo, che subii nel giugno del 1975 dalla Sacra Congregazione della Dottrina della Fede di Roma, non diminuì la mia gioia nel lavoro al servizio del vangelo e dell’ecumenismo, ma consumò palesemente il capitale della mia salute. Il giorno del Corpus Domini del 1977 celebravo la messa solenne nella chiesa della Fordham University di New York. Con stupore mi resi conto che a un tratto mi fu impossibile cantare tutte le note più alte. Tutti quegli anni non avevo mai sofferto di raucedine, avevo un’ottima voce e avevo anche ricevuto una buona fonetica. In poco tempo la mia voce scomparve. Potevo immaginare, ma non lo volevo riconoscere, che si trattava di un cancro alla laringe. A molti malati di cancro capitò e capita questo. Non lo si vuole semplicemente credere, anche se in fondo lo si sa. A quell’epoca arrivarono da Roma, oltre al processo, ulteriori difficoltà,
dure da sopportare. La mia «costellazione» psicosomatica era sfavorevole.

II sogno chiave

Ero ancora a New York nella Fordham University. Un pomeriggio feci una passeggiata attraverso il Bronx. Quando tornai a casa, scoprii che avevo perso il mio mazzo di chiavi per strada. Percorsi, prima del calar della notte, di nuovo, tutta la strada. Era assurdo sperare di ritrovare le chiavi, allora mi presentai dal superiore della casa dei Gesuiti, che avrebbe potuto darmene delle nuove il giorno seguente. Ma andò diversamente.

Verso il mattino ebbi un sogno, dal quale mi svegliai di colpo. Nel sogno vidi il mio mazzo di chiavi giacere su una sporgenza di una colonna lungo la strada e nel sogno, ringraziai Dio di tutto cuore che mi aveva mostrato il mazzo di chiavi. Mi alzai e andai di buon mattino in città. In una larga strada mi accostai a una colonna, e lì erano veramente le mie chiavi. Mi strofinai gli occhi per assicurarmi di nuovo che non si trattava di un sogno, ma di piena realtà. Avevo poco prima letto dal mio venerato Mahatma Gandhi: la preghiera come espressione della fiducia e della gratitudine è la chiave della sera e del mattino; essa sbarra il nostro cuore e la nostra casa contro tutte le forze delle tenebre; al mattino apre la nostra vita alla luce. Ora sapevo tutt’ a un tratto che non avevo trovato solamente la chiave della casa dei Gesuiti, per la mia stanza, per il mio studio, ma la chiave per la padronanza della mia situazione: processo della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede più cancro alla laringe. Visto, e di questo ero fermamente convinto, che Dio nel suo amore paterno mi aveva dato personalmente la chiave in mano, ero pieno di fiducia e feci il forte proponimento di imparare meglio cosa significa in ogni occasione e «sempre ringraziare, perché questa è la via della salvezza e della guarigione». Ma la tentazione di illudere me stesso, così tipica nei malati di cancro, non era ancora del tutto superata. Il medico mi rassicurò, che si trattava solamente di un polipo. Sebbene sapessi esattamente che gli otorino lo usano dire, mi volli attaccare lo stesso a questo
filo e sperare che con l’asportazione del «polipo» tutto sarebbe finito.

L’operazione ebbe luogo nella clinica delle «Suore Grigie» di Roma, nelle immediate vicinanze del nostro convento. Quando dopo questa operazione parziale vidi la faccia del medico e della suora mia amica, seppi di che cosa si trattava. La fase del tentativo di autoillusione era passata.

“Se Dio ci aiuta …”

Appena arrivato il risultato delle analisi il medico, prof. Fratarcangelo, discusse con me la situazione. Egli mi disse: lei è per me forse il caso fortunato. Ho appreso negli USA a sostituire le corde vocali affette da cancro con corde nuove, formate dalle mucose del paziente a patto che questi non sia un fumatore, perché quelle dei fumatori sono inutilizzabili. Mi fece però subito notare che l’ospedale di Colleferro, situato a sud di Roma, dove egli poteva operare da primario, era arredato molto poveramente, ma non mancava delle apparecchiature necessarie. Decisi di affidarmi a questo medico, sicuramente molto abile e umanamente comprensivo. Egli disse a me e al mio superiore: «Se Dio ci aiuta, padre Haring riavrà di nuovo il cinquanta per cento circa del volume della sua voce di prima». In effetti, in seguito, con meraviglia di tutti si vide che io avevo ricuperato quasi
interamente la potenza e il tono della mia voce di prima. Era questo un capolavoro dei due medici che mi avevano operato e seguito.

Nell’ospedale dei poveri

Il settore dei malati alla gola era più che primitivo. Per esempio, vi era per tutto il reparto, dove potevano stare fino a venticinque pazienti, solamente un unico bagno, incredibilmente rudimentale. Ma i rapporti umani erano buoni. Poco dopo il mio ricovero venne a salutarmi un gruppo del «Rinnovamento carismatico» di Colleferro. Mi portarono un bel vaso di fiori e cucchiaio, coltello e forchetta. Avevano intuito che io non sapevo che i pazienti se li dovevano portare da casa.
Ogni giorno una persona di questo gruppo di preghiera controllava se avessi bisogno di qualche cosa. La loro cordialità, amorevole e naturale, faceva bene. Nella stanza vicino a me c’era un’ottantenne nobile, divenuta povera. Presto venne da me in visita con un amabile sorriso e mi consolò con le parole: «lo sono sorda, sorda come una campana e tu sei muto, muto come un pesce: in fondo è la stessa co- sa». Il tono e il sorriso davano il la. Quando la vecchia signora capì che mi era simpatica, venne più spesso a farmi visita e mi cantò con la sua splendida voce una canzone. Da tutte le parti scaturirono sorgenti di cordialità, alle quali io non potevo certamente rispondere con parole, ma solo con un buon sorriso. Non rimpiansi mai di essermi deciso per questo ospedale dei poveri e certamente non soltanto perché il medico appagava le mie più alte aspettative, ma soprattutto per l’esperienza dei rapporti umani così cordiali in tanto dolore. Anche i lunghi pianti dei
bambini malati sullo stesso piano non mi potevano dare fastidio, in un’ atmosfera così familiare.

«Come può essere così felice?”

Circa due ore prima dell’operazione, che doveva durare cinque ore, venne una giovane infermiera erano tutti laici – per somministrarmi la cosiddetta «iniezione dell’indifferenza». Mi guardò piena di meraviglia e disse: «Adesso faccio qualcosa che il medico non deve venire a sapere. Le devo proprio chiedere: come può essere così raggiante di gioia prima di un’ operazione tanto crudele?». Visto che ero muto, diedi la risposta sulla mia lavagnetta portatile: «Questa è pura grazia. E se non ringraziassi sempre, andrebbe subito persa». Non le potevo tuttavia raccontare da dove proveniva questo sentimento di felicità. Prima di quell’iniezione feci un sonno profondo e calmo con il seguente sogno: in una splendida vallata vidi Gesù, il Buon Pastore. Egli mi fece cenno, come
se mi volesse invitare ad andare con Lui. Ero pieno di gioia. E dopo il risveglio interpretai il sogno in questo modo: adesso puoi lasciare questa valle di lacrime, Gesù stesso ti ha invitato. Poi però mi assalì nuovamente il sonno. Ebbi un sogno del tutto differente: correvo a tutte le biglietterie per comprare il grande biglietto. Ma dappertutto mi si faceva cortesemente cenno di no. Dovevo quindi rivedere la mia interpretazione. Il tempo del grande viaggio non è ancora arrivato, ma l’invito del Buon Pastore rimane.

L’ipnosi

I valori delle analisi del sangue e soprattutto i valori del fegato erano tutt’altro che buoni. Che 1’operazione sarebbe durata a lungo era prevedibile, per cui non si voleva rischiare una narcosi totale per un tempo così lungo. Per questo il mio medico fece venire uno specialista in ipnosi dicendomi vagamente che si trattava di un tipo particolare e che mi avrebbe spiegato a suo tempo. Nella sala operatoria mi fecero un’iniezione. L’ipnotizzatore però (io non sapevo che era lui) parlò con me intensamente, finché non caddi in un sonno profondo; poi sentii di colpo il suo comando: «risvegliati!», E io mi risvegliai, senza avere la sensazione di svegliarmi da una narcosi. Non la
finivo più di stupirmi.

Infarto al cuore dopo alcuni giorni

In considerazione del particolare tipo d’operazione, dovetti rimanere più giorni disteso immobile sulla schiena. La testa non doveva fare il minimo movimento. I sonniferi erano da evitare al massimo, in considerazione della mia debolezza di cuore. Furono lunghi giorni e lunghe notti.

Intanto non dovevo nemmeno inghiottire. Le nuove corde vocali dovevano in un certo qual modo «attecchire». L’alimentazione endovenosa divenne dopo un paio di giorni impossibile, visto che le mie vene lo impedivano. Entrambe le braccia erano gonfie. Comparve la crisi di fegato, temuta già prima dal medico. Le mie feci emanavano incredibile cattivo odore. Si esonerarono le donne dall’ accudir mi. Un infermiere dovette occuparsi di questo compito disgustoso.
Quando poi provai, per la prima volta, ad alzarmi per andare di corpo, sentii un violento strappo al
cuore. Sapevo precisamente cosa era: un grave infarto, che ancora oggi emerge in ogni elettrocardiogramma. Il computer segnala con perseveranza: «situazione posteriore a un grave infarto cardiaco». Il medico, che si occupa attualmente di me, mi chiese una volta se io sapevo che si era trattato di un infarto e come era stato curato. Gli raccontai che ero fermamente convinto che a quel punto toccasse a sorella morte. Non volevo intorno a me alcuna agitazione e perciò non avevo detto nulla dell’infarto cardiaco. Il mio medico ritiene che la mia decisione di non dire niente abbia probabilmente salvato la mia vita. Perché l’assoluto riposo, che desideravo per morire, era anche la migliore premessa per superare la crisi.

 Requiem prematuro

Nonostante il mio silenzio sull’infarto, i medici di Colleferro evidentemente avevano valutato realisticamente la situazione. Come poi seppi da più parti, uscì sulla stampa mondiale la notizia: «Bernhard Haring sta per morire». In Africa ci deve essere stato un piccolo errore di traduzione; si intese: «Padre Haring è morto poco fa». Un mio studente, il vescovo Michael Ntayahaga, tenne nella sua cattedrale nella capitale del Burundi, Bujumburu, un solenne requiem con grande partecipazione. Si trattava, nello spirito della cerimonia, di annoverare solennemente il maestro del vescovo nella schiera degli avi dell’ Africa. La preghiera non ha sicuramente nociuto.

Una reazione del tutto differente

Quando fui guarito, qualcuno mi diede un numero della rivista che esce da Milwaukee «The Wanderer», Era inizialmente una rivista tedesca per gli immigrati dal titolo «Der Wanderer». Questa rivista era estremamente razzista, contraria all’ eccessiva penetrazione di elementi neri, a favore di una netta separazione dei luoghi di residenza, ecc. Vi lessi una lunga lettera al giornale di un vecchio sacerdote. Era una lode a Dio e alla sua giustizia, che finalmente aveva punito questo vecchio, incorreggibile peccatore, Bernhard Haring. L’editore aveva evidentemente pubblicato con piacere la lettera. La mia reazione fu una profonda compassione per l’anziano prete e una
profonda preoccupazione per una sbagliata immagine di Dio, che continua ancora a vivere in molte teste e in molti cuori: l’immagine del Dio’ vendicativo e la mentalità di un gruppo che crede di saper perfettamente dove siano i caproni e dove le pecore prescelte. Era l’immagine intimidatoria di quei confessori che pretendono di sapere precisamente il numero e il genere di ogni peccato, e giudicano corrispondentemente. La mia esperienza e l’esperienza di altri ci dicono che questi giudici spesso finiscono con l’essere raggiunti da questa immagine di Dio, dapprima rivolta contro altri, e che infine soffrono di tremende paure. Ricordo tale spiacevole esperienza solamente perché la sofferenza della malattia e dei pesanti insuccessi diventa in alcuni così insostenibile, perché «giudicano» e credono che la malattia sia stata inflitta da un Dio vendicativo. Obiettivamente è una delle peggiori forme di abuso del nome di Dio, quando si pronuncia il giudizio «Dio lo ha punito» contro una persona malvista.

Dio non mi ha ordinato il cancro

In continuazione ho sentito da persone, che erano state colpite dal cancro alla laringe, la domanda piena di paura: «Perché il Creatore mi ha punito così severamente per il mio fumo?». La risposta è diversa a seconda della situazione. Innanzitutto faccio notare che io non sono mai stato un fumatore. Ogni medico, che aveva avuto a che fare con me in questa malattia, e quasi ogni infermiera mi chiesero se ero un fumatore. Alla risposta negativa veniva poi l’ulteriore domanda: «Ha dovuto vivere con fumatori o parlare in sale piene di fumo?». In quel caso dovetti tuttavia rispondere con un sì. Io non credo, però, che questo sia stato il motivo principale della mia malattia. Penso molto di più al fattore psicosomatico. Se fossi stato un santo assolutamente imperturbabile, allora il processo che, in sostanza, era un divieto di parola non mi avrebbe colpito con un attacco così radicale alla mia gola. Sarei stato meno soggetto. Durante la più grande crisi della mia salute a Colleferro, il processo e il fatto che dalla Sacra Congregazione della Dottrina della Fede non venisse alcuna espressione di compassione, mi fecero più male di tutto il resto. Mi sforzavo quindi di lottare soprattutto contro questo sentimento di amarezza e di stizza, non in vista della guarigione ma in vista di una buona morte. Ma il superamento di ogni amarezza può darsi che infine abbia avuto anche a che fare con la mia guarigione. Dio solo lo sa. Ai fumatori, che vedono nella loro malattia una diretta punizione di Dio, dico quindi: «io non ero un fumatore e mi sono ammalato lo stesso. E molti fumatori hanno fumato più di te e non è venuto loro alcun cancro. Non sussiste quindi un nesso causale tra il fumo e la punizione, sebbene il fumo possa provocare il cancro».

Eppure la risposta deve essere più profonda. lo ho spesso detto e scritto: «Dio non ha ordinato il cancro». Esso ha a che fare con un mondo finito nel disordine. Ma Dio mi ha regalato grazia e forza interiore per dare alla sofferenza un senso accettabile. Questo è un regalo immeritato. Esso richiede però anche la nostra collaborazione.

Nel periodo della malattia e nella sensazione della vicinanza di sorella morte, la contemplazione della sofferenza e della risurrezione di Cristo significò per me molto più del solito. Mi potevo meglio immedesimare nel cuore di Gesù sofferente e tuttavia traboccante d’amore. Ho trovato grandissima consolazione nella meditazione della lettera agli Ebrei. «Dio che crea e conserva in vita tutte le cose voleva portare molti figli a partecipare della sua gloria. Quindi era giusto che egli rendesse perfetto mediante la sofferenza Gesù, il capo che li guida verso la salvezza» (Eb 2,10). «E ora egli può venire in aiuto di quelli che sono nella tentazione, perché anche lui ha provato la tentazione e ha sofferto personalmente» (2,18). Gesù viene posto davanti a noi nella lettera agli Ebrei come uno «in grado di sentir compassione» (5,2). Di Gesù viene persino detto che imparò l’obbedienza e la dedizione da quello che dovette patire (5,8).

“Valeva la pena di soffrire”

Il mio medico italiano, il prof. Fratarcangelo, non accettò mai una lira da me, benché io non avessi diritto all’ assistenza sanitaria gratuita. Egli mi pregò però di un favore in contraccambio. Mi raccontò come aveva passato intere notti madido di sudore, quando doveva dire a un paziente che la sua laringe non si poteva più salvare. Uno dei suoi pazienti in questa situazione si era suicidato, altri due ci avevano provato. Quindi raccontò ai suoi pazienti che conosceva un padre che era ugualmente felice anche senza laringe (avevo perso infine la laringe definitivamente). Ma i pazienti pensavano che il dottore raccontasse loro delle pietose bugie. Fu tutt’ altra cosa quando io stesso presi contatto con i malati. Si ha un carisma del tutto diverso per consolare e incoraggiare quando gli altri malati sanno che si parla per esperienza. Potrei raccontare molte storie; una parla da sola.

Poco prima di una partenza da Roma ricevetti una lettera inviatami da una studentessa protestante di teologia. Mi riferiva che Hildegard Goss-Mayr, la grande profetessa della nonviolenza, aveva raccontato in una conferenza che io, anche senza laringe, testimoniavo felicemente la lieta novella. Suo padre stava per subire la totale asportazione della laringe.
La sua fede e quella della madre cominciavano a vacillare. «Ci aiuti!». Ancora prima della partenza scrissi al malato e gli raccontai della mia esperienza di fede nella malattia. Come appresi più tardi la mia lettera arrivò in tempo prima dell’operazione. E il destinatario la passò al suo compagno di sofferenza. Seguì uno scambio di lettere e poi arrivammo anche a delle visite e a instaurare un’amicizia calorosa. Purtroppo il mio amico non fu così fortunato come me.

Dopo quattro grandi operazioni soffriva di indicibili dolori che si potevano difficilmente lenire. Era suo desiderio che io gli amministrassi l’unzione degli infermi. Egli era cattolico di nascita. Celebrai nella sua casa una messa, alla quale parteciparono anche una cognata con il marito ex profugo dalla Polonia. Lei, poco dopo la fine della guerra, era stata lasciata dal primo marito, divenuto comunista, perché voleva restare fedele alla sua fede, poi si era unita a un vedovo con dei bambini piccoli. Avevo studiato il caso anticipatamente. Mi era chiaro che la diocesi polacca le aveva negato del tutto ingiustamente l’annullamento del primo matrimonio. Entrambi si confessarono e presero parte alla messa con grande commozione. Alla fine l’amico ammalato mi disse con sorprendente calma: «La mia sofferenza valeva la pena, se penso quanto è felice oggi questa coppia».

Dopo la sua morte mi scrisse la figlia, nel frattempo ordinata pastore: «Mio padre era un uomo orgoglioso. E morì del tutto umilmente». In simili occasioni pensai spesso: «Anche le mie sof-
ferenze valevano bene la pena».

Pregare con corpo, anima e spirito

Nel momento in cui il medico mi rivelò, non con parole, ma con il suo volto rattristato, che ero un «recidivo», mi ricordai della chiave ritrovata nel sogno e nella realtà: «rendere grazie sempre». Cercai di essere fedele e coerente: ringraziando Dio, non per la recrudescenza del cancro, ma per la fede che ci illumina e conforta. Ma la mia preghiera, la mia azione di grazie risultò arida, atto di una volontà sincera e appoggiata dall’intelligenza di fede, però non seguita dai sentimenti. Il cuore sembrò tacere. Allora andai fuori nel grande giardino, e dopo essermi accertato di essere solo, cominciai una danza, per dimostrare col corpo a Dio e al mio cuore di aver ancora mille ragioni di gioire e di ballare. La mia sorpresa fu grande quando a un tratto il mio cuore si riscaldò; seguirono sentimenti di gioia e di pace. Talora bisogna pregare, ringraziare, lodare Dio con anima e corpo, finché tutta la nostra vita diventi realmente azione di grazie. Non basta farlo una volta, bisogna essere perseveranti. Anche dopo questa esperienza forte, il cammino verso il pieno equilibrio
restò difficile. Di nuovo vivevo il gioco sufficientemente conosciuto. Sembra impossibile: si cerca, malgrado tutti i sintomi, di rimuovere la verità. Il medico parla nuovamente di un polipo. Si pensa in segreto: «bugiardo», ma ci si aggrappa ugualmente alla speranza.

Frustrazioni inevitabili

Nel tardo autunno il prof. Fratarcangelo tentò di salvare ancora la laringe tramite delle operazioni parziali. C’era stato un lungo sciopero del personale tecnico ma non si poteva aspettare più a lungo. Un guasto tecnico mise fine alla speranza: nel tentativo di salvare la laringe con una bruciatura nel collo, capitò un cortocircuito. Poi seguirono scioperi di altre categorie degli ospedali italiani. La sofferenza cronica del mio fegato era un fattore importante per dubitare dell’opportunità di una grande operazione. In ogni caso un ulteriore rinvio non avrebbe lasciato alcuna speranza. Così il mio medico pregò i miei superiori di Roma di portarmi al più presto in Germania. Forse un medico tedesco poteva ancora fare qualcosa.

L’opera incompiuta di una vita

Quando era scoppiato il cancro alla laringe, avevo spedito il primo volume del mio nuovo corso di morale Liberi e fedeli in Cristo in lingua inglese, dattiloscritto, alla casa editrice americana. La stesura del secondo volume era appena incominciata. Il pensiero se e come sarebbe stata finita 1’opera non mi disturbava allora (nel 1977) tanto. Mi rassegnavo, quasi senza problemi, al fatto che non sarebbe mai stata compiuta. Diversamente accadde nel 1979/80; era molto probabile che la morte fosse vicina. Avevo nel frattempo finito il secondo volume, e la prima parte del terzo (Bioetica). Lo schema «Guarigione della vita pubblica», la parte più vasta e per me più difficile,
era appena abbozzato. Ritenevo questo lavoro l’opera della mia vita. L’opera, La Legge di Cristo, apparsa nel 1954 e tradotta in molte lingue, era irrimediabilmente superata, per non dire antiquata ai miei occhi, per il cambiamento storico avvenuto nella coscienza e per il Concilio Vaticano II.

Mi dovevo quindi adattare all’idea che la morte mi avrebbe raggiunto prima del compimento dell’opera della mia vita. In questo mi aiutò molto un’ esperienza di fede, che avevo avuto molti anni prima. Penso che possa essere d’aiuto anche a qualcun altro. Per questo la riferisco.

Il prof. Brandhuber era per me un caro confratello, mio ex-professore di Nuovo Testamento, mio confessore e buon amico. Durante una passeggiata mi disse: «Se Dio mi regala ancora un anno di salute, allora saranno finiti due libri sulla cristologia antico-siriana a cui lavoro da venticinque anni». Ma sei mesi più tardi si scoprl un cancro ai polmoni in stato avanzato. Presto fu bisognoso di cure. Visto che in continuazione sudava molto e doveva essere cambiato ogni due ore, svolsi io, come vecchio infermiere, il turno notturno. Ripetutamente tentai di dissuadere il mio caro amico dalle inquietudini e dalla speranza che Dio gli avrebbe dato ancora il tempo di concludere 1’opera
della sua vita. Ma c’era come un impenetrabile muro tra noi, non appena volevo iniziare a chiarirgli la situazione. Una notte questo mutò di colpo. Ancora una volta gli avevo cambiato la camicia e c’eravamo stancati entrambi. Allora mi fece cenno con la mano di avvicinarmi. Aveva un importante messaggio da darmi: «Adesso ho capito: desidero andarmene ed essere col Cristo». E come prova, che aveva veramente compreso, aggiunse: «Cosa mi interessa adesso il materiale ammucchiato per i miei libri!». Da quel momento in poi non sudò più. Il suo volto era segnato da una profonda pace. Nella più piena tranquillità aspettava il grande momento del ritorno a Cristo, che aveva servito tanto fedelmente. A me sarebbe dovuto pesare molto meno il pensiero che non avrei più completato l’opera da me progettata, perché avevo pubblicato ampiamente le mie idee.
D’altra parte ero fermamente convinto che fosse necessaria una nuova opera, per illustrare in modo convincente con un compendio sistematico, il possibile progresso, tramite il Concilio e il periodo postconciliare, della teologia morale cattolica.

La vita incompiuta

Visto l’approssimarsi della morte, era molto più importante per me adesso la domanda di tutta l’umanità che si riflette nella problematica della meternpsicosi rinascita e nella dottrina cattolica del Purgatorio. Cosa significava per me presentarsi davanti a Dio, davanti al Signore della vita e della morte, con una vita incompiuta, per così dire come un frammento? La risposta, che mi davo continuamente quando mi sembrava di stare alle soglie della morte, me la chiarò più tardi un mio caro confratello, François Bour- deau, ex uditore al Concilio e grande traduttore della mia opera La legge di Cristo in francese. Poche ore prima di morire scrisse in una lettera che rimase incompiuta sul suo tavolo: «Che fortuna, che noi morendo non dobbiamo aver fiducia nelle nostre opere e nei nostri meriti, bensì solamente nell’infinita bontà e grazia». Nel suo ultimo saggio, che aveva spedi-
to poco prima della sua morte alla redazione di «Mission Chrétienne», scrisse sul Purgatorio: «Non vi è lì alcun altro fuoco che quello dell’amore di Dio, che ci purifica e che compirà l’incompiuto».

Un altro confratello, caro allo stesso modo, che mi ha reso generosamente molti servizi, padre Kurt-Dietrich Buche, mi ha regalato su questa domanda, quando era diventata per me proprio «mortalmente seria», una bella parola: «Prega per me ché io morendo non renda disonore a Dio!». E me la spiegò così: «Quando moriamo con angoscia e paura, disonoriamo il nostro buon Dio». Eravamo d’accordo su questo discorso di fede, a proposito del quale il fondatore del nostro ordine, sant’ Alfonso, ci aveva lasciato una preziosa parola: «Non si può onorare Dio, nostro Padre, meglio che con una fiducia infinita».

42 giorni di digiuno

Quando arrivai in Germania, i medici specialisti erano già in vacanza per Natale. Volevo trascorrere il periodo d’attesa presso due mie sorelle religiose a Kempten. Lì decisi in poco tempo di fare una cura radicale: 42 giorni di digiuno con una bottiglia di succo di rape rosse al giorno e molto tè senza zucchero. I miei intestini, prima di iniziare il digiuno, vennero accuratamente puliti. Ogni giorno passeggiavo per un’ora, dedicavo molto tempo alla preghiera e lavoravo anche qualche ora al terzo volume della mia opera Liberi e fedeli in Cristo, almeno per delineare come avrebbe potuto essere compiuta dopo la morte. Dopo venti giorni mi concentrai totalmente sulla preghiera e sul digiuno. Da una parte non smisi di sperare di affamare il cancro tramite il mio digiuno.
Esperti mi avevano assicurato che il succo di rape rosse non poteva venir assimilato o assorbito in alcun modo dal cancro. Probabilmente era anche vero. Ma non appena incominciai a mangiare, il cancro ridotto assorbì di nuovo quanto poté cosicché, ancora una volta, dovette essere praticata la tracheotomia. L’operazione venne eseguita in una clinica privata a Starnberg dal prof. Westhues.

La più dura esperienza di sofferenza della mia vita

Non si poteva effettuare alcuna narcosi, visto che ogni minuto era prezioso. Avevo continuamente la sensazione di soffocare. Una nuova tracheotomia risultava molto più complicata, dato che nel 1977 il taglio della trachea era stato chiuso con l’aiuto di un’operazione di chirurgia plastica. Nella sala operatoria c’era di fronte a me una croce! Concentrai il mio sguardo e tutta la mia attenzione sul Crocifisso. Due infermiere dovettero tenere le mie braccia. Ogni attimo sembrava una eternità, finché potei finalmente riprendere una boccata d’aria attraverso l’apertura.

Le due infermiere laiche e il medico mi fecero poi grandi complimenti per la mia disciplina di ferro.
Cos’ altro mi restava? Poi seguirono due settimane di preparazione alla grande operazione, alla quale il prof. Westhues si decise solo quando venne accertato che, tramite la mia cura del digiuno, i valori del fegato erano diventati buoni. L’anestesista era ugualmente molto preoccupato.

lo avevo detto al prof. Westhues, già nel primo incontro, che avevo oltrepassato lo stadio in cui avevano senso le bugie pietose per cui mi parlò apertamente. Gli era chiaro che le possibilità erano minime, visto che il cancro nel frattempo era progredito ben oltre l’ambito della laringe. Non posso lodare mai abbastanza sia le infermiere di Colleferro che quelle di Starnberg. In entrambi i posti un’infermiera mi aiutò ben oltre il suo effettivo orario di servizio.

Le prime cinque notti una donna di Starnberg, estremamente sensibile, vegliò accanto al mio letto. Si sentiva chiaramente la sua presenza compassionevole e amorevole.

Il sogno della guarigione

Come a Colleferro, anche a Starnberg, prima della grande operazione che doveva durare sei ore, feci un sogno molto impressionante. lo lo chiamo sogno della guarigione e mi piacerebbe sapere da altri se qualcosa di simile è capitato anche a loro. Mi sembrò di sentire la voce del Padre celeste mentre diceva: «Non ti preoccupare: tutti guarderanno il mio volto!». Anche questa volta le infermiere furono profondamente colpite quando videro il mio viso sereno, quasi felice. Come si spiegano certi sogni, non lo so. Penso ad aspettative della psicologia del profondo, che .in momenti difficili si concentrano in una ineffabile fiducia. In ogni caso non ho vissuto questo come misticismo, ma semplicemente come un grandissimo regalo, una paraclesi: un incoraggiamento.
Dopo questo sogno di guarigione non cercavo in alcun modo una spiegazione, se forse si trattasse di un invito all’ultimo ritorno a Dio o semplicemente di un incoraggiamento all’ultima, radicale fiducia in Dio. Un sogno del genere in ogni caso può suscitare potenti energie di guarigione.

Visita al malato

La prima visita a Starnberg me la fece il pastore evangelico. Mi portò da parte di sua moglie un magnifico mazzo di orchidee. Aveva saputo della mia presenza dalla sua segretaria, il cui marito si occupava della cucina dietetica (per sedici giorni fui nutrito con una sonda che andava dal naso allo stomaco). Il pastore evangelico si presentò come un vecchio conoscente. Aveva preso parte anni prima a esercizi predicati da me per pastori evangelici e relative consorti. Il giorno seguente tornò in compagnia del parroco cattolico della città. Questa esperienza di ecumenismo fu un balsamo per me. Il mio stato non consentiva molte visite. Vennero i miei confratelli, parenti e amici non appena fu permesso dal medico. Un visitatore quotidiano silenzioso era un vescovo ausiliario di Augusta, Schmid. Passato il peggio, celebrò quotidianamente nella mia camera di malato la Santa Messa in modo così commovente e umano e con una tale partecipazione che queste esperienze furono indelebili.

“Come diTtelo, figliolo?»

Essendo stato superato il peggio, il prof. Westhues mi fece capire che aveva qualcosa da discutere con me. Quando lo disse per la seconda volta, scrissi sulla mia lavagnetta: «Lo so già. Vuole dirmi che sono necessarie delle radiazioni». Respiro di sollievo. «Sì, è così». Mi propose l’ ospedale di Schwabing. Era il migliore nel settore. Sentii che avevo superato completamente la tentazione di abbandonarmi a delle illusioni. O non la si supera mai?

Il confessore muto

A turno, come già a Colleferro, le infermiere mi chiesero se potevo confessarle. Il «segreto del confessionale» aveva un risvolto nuovo per me. lo ero muto. Ma imparai sempre di più a parlare con gli occhi, con tutto il corpo. E poi avevo la mia lavagnetta che usavo spesso e volentieri per rispondere a domande o dare un piccolo messaggio. Per mezzo della lavagnetta comunicavo un versetto mnemonico, una parola che dava serenità, un incoraggiamento. E imparai ancora meglio: «La brevità dà sapore al discorso». Con la perdita della laringe e della trachea cessa per sempre la tentazione della loquacità.

Imparare a parlare da capo

Il prof. Westhues mi aveva già detto prima dell’ operazione: «Imparerà di nuovo a parlare». Ma non lo spiegava. Evidentemente supponeva che io fossi a conoscenza del sistema di linguaggio attraverso l’esofago. Ma io non ne sapevo nulla, ero completamente all’ oscuro di queste cose. Il professore mi mandò quindi, dopo circa dieci giorni, una logopedista. Avevo ancora la sonda che dal naso andava allo stomaco, tanto che era impossibile pensare a dei primi tentativi di parlare. Ma per me era prezioso sentire quante cose fossero possibili. Mi lasciò anche un opuscolo con istruzioni per imparare il linguaggio dell’ esofago. Inoltre mi incoraggiava a bere spesso dei goccetti di
Coca-Cola e a sorvegliare attentamente il fenomeno del rigurgito. Il nuovo linguaggio si basa infatti su questo fenomeno del rigurgito dell’ aria dallo stomaco. Non appena mi fu tolta la sonda, tentai di inserire un suono nel rigurgito. Ed ecco, avevo scoperto il trucco. Quando un paio di giorni più tardi mi vennero a trovare tre care sorelle monache dissi «Buongiorno» a ciascuna di loro all’ orecchio. Erano fuori di sé dalla meraviglia, poiché di queste cose ne sapevano meno di me. Erano convinte che sarei rimasto muto vita natural durante.

Su invito del prof. Westhues venrie a trovar mi due volte un vecchio insegnante privo di laringe di Monaco. Era stato operato ben quindici anni prima di me, ma solo cinque anni dopo i suoi medici di Monaco avevano sentito che in Olanda era stato elaborato un sistema di linguaggio attraverso l’esofago. Aveva imparato a parlare molto bene. Mi cantò una breve canzone. Andò a trovare per molti anni tutti gli operati di recente alla laringe nella zona di Monaco.
Una donna, che conobbi più tardi, va a visitare tutte le donne senza laringe. Lo fanno spinti da un impulso interiore; non si fanno neanche rimborsare le spese di viaggio. Personificano la solidarietà dei sofferenti.             .

Quando la logopedista venne a trovarmi a Starnberg la seconda volta, rimase senza parola sentendo che io sapevo già pronunciare alcune sillabe. Mi disse per prima cosa che aveva appena incontrato il prof. Westhues e che questi le aveva detto: «Non oso neanche offrire al prof. Haring un apparecchio elettronico. Quell’uomo è abbastanza intelligente e abile da far parlare il suo esofago». È un esempio brillante di incoraggiamento che guarisce, completamente diverso dal moralismo.

Già a Starnberg mi fu consigliata come logopedista la signora Fuchs dell’ ospedale di Schwabing. Mi fu di grande aiuto. Alla prima visita volle sapere fino a che punto volessi imparare quest’ arte. Riuscii a dire anche se stentatamente e a tronconi che volevo imparare a parlare fino al punto di essere in grado di celebrare l’Eucaristia e annunciare di nuovo la Buona Novella. Mi sembrò di cogliere nei suoi occhi una specie di compassione per il vecchio che evidentemente si prefiggeva troppo.

La signora Fuchs era grandiosa nell’incoraggiarmi. Quando, per esempio, non riuscivo a pronunciare la lettera «F» disse: «Per ora lasciamola stare. Più tardi verrà da sola». Scorgo anche qui un esempio di pedagogia morale. Invece di irrigidirei su determinati imperativi fuori luogo, possiamo e dobbiamo guardare la legge dello sviluppo complessivo. Tutto a suo tempo. E importante che complessivamente siamo sempre in viaggio.

Un giorno la signora Fuchs mi disse che una madre di molti bambini, che aspettava con me ogni giorno le applicazioni di raggi, non riusciva a dire una sola parola perché si vergognava della voce da uomo che veniva dall’esofago. Ma era convinta che questa donna in mia presenza non avrebbe avuto inibizioni. Così facemmo insieme i nostri esercizi giornalieri con la signora Fuchs. E con ciò il problema fu risolto.

Dopo la quindicesima applicazione interrompemmo le lezioni perché, in seguito alla secchezza in bocca e nell’ esofago provocata dalle radiazioni, diventava sempre più difficile emettere un suono. Dopo 35 applicazioni la mia capacità di parola era di nuovo a zero. Ma due mesi dopo potevo ricominciare l’esercizio. Complessivamente sono stato 25 volte dalla signora Fuchs, ogni volta dieci minuti circa. Dopo l’ultimo esercizio la signora Fuchs mi chiese di darle l’opportunità per un colloquio sulla fede. Durò circa un’ora. Poi si congratulò con me e disse: «Ora è in grado di celebrare adeguatamente l’Eucarestia e annunciare la Buona Novella».

Mi consigliò inoltre di frequentare un corso di specializzazione sul linguaggio a Norimberga. Si riunivano là i migliori logopedisti d’Europa, un intero gruppo di giovani logopedisti, specializzati nel linguaggio. Era proprio il corso che faceva per me. Quando cominciai dalla signora Fuchs conoscevo solo il metodo Ruktus. Questo si basa sul fatto che si inghiotte l’aria con la quale si pronunciano da tre a quattro sillabe. Con tale metodo si parla solo a tronconi. Quindi è assolutamente impossibile usare un microfono, poi- ché a ogni nuova deglutizione c’è uno schiocco. Lentamente e non senza difficoltà potei adeguarmi al metodo del continuo aspirare l’aria. Nel corso di perfezionamento feci grandi progressi in questa direzione. Mentre si parla si aspira continuamente l’aria, che scorre e ritorna analogamente come il latte della mamma per il poppante. Si forma poi la voce ai bordi superiori dell’esofago.

La sera precedente il corso stavo seduto a tavola accanto alla già nominata donna senza laringe di Monaco, che si occupa di tutte le donne operate alla laringe di Monaco e dintorni. Accanto a hoi sedeva una donna più giovane che era stata operata tre anni prima, ma non riusciva ancora a emettere un suono.
Doveva fare delle applicazioni come me dopo un’asportazione totale. Poiché era incinta, le consigliarono una interruzione di gravidanza. Rifiutò. Il bambino che diede alla luce era paralitico e in seguito a questo fatto fu lasciata dal marito. Per fortuna aveva una buona madre che si occupò del bambino, così che poté riprendere il suo lavoro di segretaria. Un logopedista del Lussemburgo prese particolarmente a cuore questa donna. Tre giorni dopo riusciva a dire al telefono: «Mamma, so parlare» con una gioia incontenibile da entrambe le parti.

Al corso conobbi un’altra donna, anch’ essa incinta quando faceva le applicazioni di raggi. Anche lei aveva rifiutato categoricamente un’interruzione di gravidanza. Mise al mondo un bambino sano. Venne al corso accompagnata da suo marito. Il bambino, che aveva quasi tre anni, riusciva a capire la voce della mamma, incomprensibile a tutti, anche al marito. Di lei si occupò il miglior logopedista olandese che insieme a un sacerdote, privato della laringe circa trent’anni prima, aveva sviluppato l’uso della voce sostitutiva dell’esofago. Di solito coloro che sono  privi della laringe sono poco socievoli, si sentono bene solo tra di loro.

Sono quasi 13 anni che ho imparato l’uso della voce sostitutiva dell’ esofago. Posso tenere tre o quattro conferenze al giorno, a patto che abbia un buon microfono.

Cobaltoterapia

Era evidente per il prof. Westhues e per il radiologo che io avrei avuto bisogno del massimo consentito legalmente: 35 applicazioni. Per mia grande fortuna era allora disponibile a Monaco il primo tomografo. Era di proprietà privata. Il centro di applicazione raggi mi mandò là. Il tomografo riprende la situazione millimetro per millimetro, così che il radioterapista, per mezzo dell’ analisi sa esattamente dove e con quale intensità deve fare le applicazioni. Sono convinto che questa innovazione mi salvò la vita. Perché senza le indicazioni del tomografo le 35 radioterapie
sarebbero rimaste senza effetto.

Il radioterapista, persona simpaticissima, mi informò debitamente su tutte le conseguenze che bisognava aspettarsi in seguito all’irradiazione: «Perderà presumibilmente tutti i denti e probabilmente anche tutti i capelli. La bocca soffrirà di grande secchezza. Le papille gustative resteranno insensibili a lungo, ecc.». Poi mi disse: «I suoi compagni di sventura chiedono
quasi tutti sonniferi sempre più potenti e analgesici.
Credo che lei possa credersi capace di rinunciare radicalmente a tutti i sonniferi forti». Mi ricordo esattamente la formulazione: «possa credersi capace».
Per me questa è una formulazione tipica del discorso paracleto, dell’incoraggiamento che si appella alle fonti della forzà interiore; radicalmente diverso dal moralismo che dà soltanto ordini. Me la sentii davvero e superai le 35 applicazioni di cobaltoterapia molto meglio di quelli che ricorsero a potenti medicinali.

Durante le applicazioni abitavo nel convento dei Redentoristi a Monaco. Una suora missionaria di Gars mi cucinava cibi leggeri e mi incoraggiava, e così mangiavo sufficientemente benché tutti i cibi avessero lo stesso sapore di cobalto. Passò un periodo di un intero anno finché le papille gustative ricominciarono gradatamente a funzionare. Confrontai questa esperienza con la sola morale del dovere: dover fare il bene senza trovarci gusto. Adesso capivo meglio il verso satirico di Friedrich Schiller sulla morale kantiana del dovere: «Volentieri servirei gli amici, ma purtroppo lo faccio per inclinazione; e così mi rammarica molto non esser virtuoso. Non bisogna far altro che disprezzarli e fare quello che ordina il dovere». Quanto fui contento quando potei di nuovo gustare il sapore dei cibi! Contemporaneamente ricominciarono a funzionare le ghiandole salivari. Mi
manca invece l’olfatto, semplicemente perché non respiro attraverso il naso, ma col torace.

Ma posso dire di gioire della vita, di tutto il bello e il bene, anche della mia misera voce sostitutiva dell’esofago. La prendo per un grande regalo di Dio. In questi anni ho tenuto molte conferenze e diretto esercizi e avuto molto colloqui spirituali. Ho detto addio a tutti i «se» e i «ma» e posso dire di esser felice di vivere così,

Ho superato relativamente bene l’epoca delle 35 applicazioni, poiché non mi sono concentrato su me stesso, ma più sugli altri e su di un impegno. Lavoravo quotidianamente circa quattro ore al giorno all’ultimo volume della mia opera Frei in Christus (Liberi e fedeli in Cristo). Scrivevo tutto a mano, poiché scrivere a macchina mi sarebbe riuscito disagevole a causa della cannula. Anche dettare, come facevo generalmente prima, era da escludere, perché la voce sostitutiva all’inizio non vi si prestava.

Dialogo con i compagni di sofferenza

Dovevamo aspettare a lungo nello scantinato dell’ospedale di Schwabing finché non toccava ad ognuno di noi. Lentamente si sviluppò un’autentica amicizia. La maggior parte erano più o meno muti come me. Sviluppammo tanto più il linguaggio del corpo, il sorridersi, i gesti di incoraggiamento. Contemporaneamente a noi adulti venne anche un intero gruppo di bambini a fare le applicazioni, non alla laringe, ma alla testa per un tumore. Tutti erano accompagnati da parenti, tranne un bambino di circa nove anni. Quando il ragazzo vide che era l’unico ad aspettare solo, come fosse abbandonato, si mise a piangere amaramente. Cercai di consolarlo. Da allora
in poi veniva subito da me, si appoggiava a me e piangeva le sue lacrime sul mio braccio. A poco a poco cominciò a sentirsi così protetto da non sentire più il bisogno di piangere.

Un uomo della mia età che aveva un cancro alla lingua mi fece capire che pensava di suicidarsi. Cominciai a scrivere una letterina, ben presto, per ognuno che aspettava con me le applicazioni. Vidi che i miei brevi scritti erano graditi, li aspettavano addirittura. Un giorno comparve tra noi nello scantinato ad aspettare le radiazioni di cobalto una donna in carrozzina. Rivolse a ciascuno di noi un simpatico sorriso. Anche a lei scrissi una letterina: «Il suo sorriso pieno d’amore qui nello scantinato vale più di un milione di marchi». Ricambiò il mio pensiero con un sorriso amorevole e incoraggiante. Tutto considerato vedo l’esperienza nello scantinato dell’ ospedale di Schwabing come uno degli arricchimenti più preziosi della mia vita.

Quando tornai del mio dottore romano per la prima visita di controllo, questi mi disse: «Il prof. Westhues ha fatto un capolavoro per lei. E lo stesso vale per il centro applicazioni di Monaco».

“Dio ci ha aiutato ancora una volta”

Subito dopo l’operazione di sei ore nella clinica di Starnberg, il prof. Westhues aveva detto al mio superiore: «Non crediamo di essere riusciti a scoprire tutti i focolai del cancro e a toglierli». Si attenne strettamente alle mie preghiere: «Non ho bisogno di bugie pietose». Soltanto tre anni dopo la grande operazione, in un esame di controllo sciolse le sue riserve e disse: «Dio ci ha aiutati ancora una volta». Risposi spontaneamente: «Sì, per la sua competenza e per la sua cura». La sua risposta fu: «Non posso accettarlo. Dobbiamo dare l’onore a Dio». Spontaneamente mi ricordai che il prof. Fratarcangelo prima dell’operazione di cinque ore del 1977 aveva detto: «se Dio ci aiuta!». E sorprendente e bello che proprio questi grandi professionisti rendano naturalmente onore a Dio e si raccomandino al suo aiuto.

Ancora una ricaduta

Se il cancro per sei anni non si è mosso, secondo le affermazioni mediche, si ha un’alta sicurezza di essere sfuggiti al male o meglio di essere definitivamente guariti. Così cinque e sei anni dopo la grande operazione di Starnberg, mi sentivo completamente sicuro. Non andavo più a controlli. Per molto tempo avevo la sensazione di farcela senza medico. Ma all’improvviso arrivò la delusione dopo ben sei anni. Intorno alle stoma (l’apertura per la respirazione toracica) si formò un forte eczema e alcuni giorni dopo il mio petto sembrava quello di un lebbroso. Andai dal medico curante della nostra comunità a Roma, alla Salvator Mundi, una clinica ben attrezzata e con suore tedesche. Dopo un esame accurato, il medico su mia richiesta mi diede tutti i risultati.
Non fui sorpreso quando lessi il referto dell’elettrocardiogramma: «situazione posteriore a un grave infarto cardiaco». Si trattava di una cosa avvenuta dieci anni prima. Poi lessi: «sacco polmonare dilatato di un terzo preme sul cuore. Il sacco polmonare è cosparso dai noduli a due punte». Mi accorsi subito che il nome italiano per noduli corrispondeva esattamente al tipo del tumore alla laringe. Il medico mi aveva detto allora che questo tipo di cancro era particolarmente ostinato.

Sapevo in quale situazione mi trovavo. Mi dissi che alla mia età il processo non è troppo rapido. Avevo forse tempo di seguire gli alunni che facevano il dottorato con me sino alla fine. Ma una cosa era chiara: dovevo preparar mi seriamente alla visita di sorella morte. Il medico mi prescrisse una medicina che conteneva cortisone, in dosi limitate. Sul foglietto illustrativo c’era scritto di non dare questa medicina agli anziani, e solo in dosi minimali. Secondo la descrizione doveva servire al rallentamento del processo della malattia. Ma nello stesso tempo mi mandò dal miglior oncologo di Roma. Il mio superiore mi consigliò di andare in Germania nell’attesa di trovare là un medico migliore ancora. La mia risposta fu che avrei trovato a stento uno specialista migliore e alla mia età era normale pensare alla morte. Accettò questa risposta. Mi sforzai di attuare una vita di preghiera più intensa, ma continuai nei miei soliti lavori benché mi sentissi piuttosto male. Due mesi dopo l’oncologo rifece un esame accuratissimo. Mi meravigliai non poco quando il risultato fu: «i moduli del cancro sono tutti allo stadio di disgregazione totale». La mia reazione fu: «Mi piacerebbe crederei. Ma è troppo bello per essere vero. Me lo può spiegare scientificamente?». Cominciò con cautela e fece riferimento a forze interiori quasi inafferrabili. Lo pregai infine più volte di spiegar melo scientificamente, perché non mi sembrava ancora concepibile. Allora cercò a lungo nel suo cassetto, tirò fuori un’immagine di Gesù, e riferendovisi disse soltanto: «Credo in Lui». Nessun’ altra parola sulle cause. L’infiammazione con eczema sul petto regredì
con una certa rapidità.

Quando nell’ aprile del 1988 mi accomiatai definitivamente da Roma, il mio medico mi venne a trovare con sua moglie. Prima di salutarci, disse: «La sua guarigione è stata un miracolo», oltre a ciò nient’ altro.

Naturalmente vi ho riflettuto parecchio. Non posso rifarmi molto al concetto di miracolo come sospensione delle leggi della natura. Penso a una specie di ascensione di tipo spirituale, che può far scoccare qualcosa come una scintilla sulle forze dell’anima e del corpo. In ogni caso ne trassi una conclusione sicura: quella di ringraziare Dio sempre e dovunque e di confidare completamente in Lui. Non dobbiamo occuparci per prima cosa e tanto meno della nostra
salute, ma del fare la volontà di Dio e occuparci dell’avvento del suo regno. Perché tutto il resto sarà dato in sovrappiù.

Posso dirlo ancora una volta: Dio non mi ha prescritto il cancro. Ma mi ha elargito luce e forza efficaci per vivere ed efficaci per lottare contro la malattia.

Uno sbocco artificiale dello stomaco

Subito dopo il mio ritorno da Roma a Gars sull’Inno fui operato di ernia nell’ospedale di Altòtting. Non mi feci neanche impartire l’unzione degli infermi, benché l’abbia sempre fatto prima di tutte le altre mie operazioni. Ritenevo l’intervento insignificante. Tanto più quindi fui stupito di tornare dalla camera operatoria dopo più di quattro ore e di sentirmi terribilmente male. L’anestesia straordinariamente lun-ga mi aveva molto provato. Adesso compariva la do-
manda: che cosa succede?

La mattina dopo il dotto Bauer, il primario, che aveva eseguito l’intervento con un assistente, si sedette ai piedi del mio letto e disse: «Dobbiamo parlare ancora di una cosa seria. Già durante l’operazione, che è stata una cosa bruttissima, pensavamo di dover fare uno sbocco artificiale dello stomaco. Adesso ci si pone il problema». Esteriormente presi la cosa con calma. Ma quando fui solo, dissi nella preghiera: «Caro Dio, ho già una entrata artificiale per l’aria. Inoltre anche una uscita artificiale dello stomaco: non è troppo per un pover’uomo?».

Era ancora aperta la questione dell’uscita artificiale dello stomaco, quando mi venne una febbre alta. Da una radiografia dei polmoni si dedusse che erano a posto. Poi il dotto Bauer strappò dalla ferita la fasciatura e apparve una macchia gialla, segno di una infezione nell’ addome. Dopo l’ultima esperienza non erapiù pensabile un’ anestesia. Così dovevano spremere il pus due volte al giorno in modo piuttosto brutale. Il dotto Bauer mi disse: «Può tranquillamente pensare che il dottore sia uno zoticone. Ma non conosco altra strada». Il giorno dopo toccò al primario. Egli disse persino: «Dovrà pensare che l’arcivillano sono io. Ma non si può fare diversamente». Il pus, infine, defluì in gran quantità. Per quattro giorni mi somministrarono continuamente antibiotici. Mi era chiaro, che se avevo una possibilità di sopravvivenza, era so-
lo per l’inaudito progresso scientifico.

Di nuovo devo lodare la cura estremamente amorevole e competente delle suore. I modi amorevoli di queste infermiere sono anche un rimedio della massima importanza.

Quando venni dimesso dall’ospedale venne il primario in persona. Davanti alle suore e al medico capo disse: «Padre Haring è un maestro nel dissimulare il dolore». Sì, cos’ altro avrei potuto fare? Nella mia situazione di privazione della laringe non avrei potuto proprio gridare, anche se lo avessi voluto.

Mi ripresi sorprendentemente presto. Cominciai di nuovo a fare lunghe passeggiate, stavo nel parlatorio a disposizione dei molti che cercavano consiglio, tenevo conferenze e scrivevo saggi, pensando che la mia salute fosse ottima.

Crampi al cervello

Nel corso dell’estate 1989 la condizione umana si palesò di nuovo con rinnovata violenza, dapprima con alcuni attacchi di crampi al cervello. Uno venne nel sonno. Il crampo al cervello mi fece cadere dal letto. Ebbi l’impressione di un enorme terremoto, come se il mio letto si rivoltasse e tutta la stanza stesse sotto sopra. Quando dopo un po’ mi ripresi, accesi la luce e mi meravigliai non poco che non fossero caduti i libri e tutto fosse al suo posto. Ancor oggi non posso proprio capire perché, dopo quell’esperienza, non andai subito dal medico. Il successivo forte attacco mi assalì mentre sostituivo il parroco nella mia parrocchia originaria. Dopo di che andai dal medico. Fece subito la diagnosi esatta: per le escrescenze al collo in seguito alle numerose operazioni e irradiazioni la
circolazione sanguigna a livello del cervello non funzionava bene. Fui mandato dal neurologo. Egli temeva che ci fosse anche un tumore al cervello. Dalla tomografia si rilevò che non si trattava di questo. Essa mostrava anche le dimensioni della vera causa: circolazione insufficiente nei due emisferi cerebrali.

Ci fu bisogno di medicine forti, anche di calmanti relativamente forti contro l’insorgere di nuovi crampi cerebrali. Per me i medicinali erano un peso notevole.

La mattina del 28 dicembre 1989 mi colpì come un fulmine un colpo apoplettico. Nel tardo pomeriggio vennero poi ondate di crampi cerebrali. La sera mi fu data l’unzione degli infermi. Sia io che il superiore che me la impartiva pensavamo che la morte fosse imminente. Aspettandola persi conoscenza. Venne il neurologo e mi fece un’iniezione d’urto, come mi spiegò più tardi. Era un rischio e avrebbe potuto procurare immediatamente la morte, ma ebbe invece l’effetto sperato, anche se non un miglioramento sicuro. Il giorno dopo ero di nuovo abbastanza cosciente. In questa situazione angosciosa sperimentai una volta ancora la benevola disposizione della Divina Provvidenza. Altri possono chiamarla coincidenza fortunata. lo invece penso che anche solo con il
buon senso è più facile parlare di disposizione della Provvidenza che di pura coincidenza.

Quando mia sorella Lucidia, da lungo tempo direttrice di una scuola per infermiere collegata a un grande ospedale, venne a sapere della mia malattia, telefonò al mio superiore affinché il medico analizzasse la funzione delle paratiroidi: aveva visto tra i pazienti molti casi di crampi al cervello in seguito a mancanza di calcio. Il superiore mi portò subito il messaggio.
Quando uscii dalla mia stanza, incontrai il dotto Englert, un medico molto stimato, che era venuto a trovare un malato nel nostro convento. Mi salutò gentilmente e si informò delle mie condizioni di salute. Colsi l’occasione per chiedere se aveva senso la supposizione di mia sorella. Egli lo confermò. E così lo pregai di prendermi in cura. Ordinò subito un esame completo dal quale si ricavò che non solo le paratiroidi avevano una notevole ipofunzione, ma che non funzionava quasi più la stessa tiroide. Corrispondentemente tutti i miei valori sanguigni erano alterati.

Il dotto Englert si consultò con uno specialista della tiroide a Monaco che disse meravigliato: «Come può vivere il paziente con questi dati!». A causa della «situazione posteriore a un grave infarto cardiaco» e in presenza di una crisi cardiaca acuta, gli ormoni tiroidei sintetici dovevano venir somministrati molto lentamente. Per quanto riguarda l’irrorazione sanguigna del cervello, il medico prescrisse subito di passare al Tebonin, un estratto dell’ albero del sangue cinese
(ginkgo), con ottimo successo. Malgrado ciò peggiorava la paralisi provocata dal colpo apoplettico, giorno per giorno in tutto il corpo. Perciò dovetti smettere tutti i calmanti. La conseguenza fu un’insonnia totale, accompagnata da allucinazioni. Non potevo né leggere né dire il breviario; mi dedicai così ancor più alla preghiera Abba che mi era cara da molto tempo, e che qui voglio raccomandare sia ai sani che ai malati. Anche il dotto Englert suppone che questa preghiera abbia contribuito alla guarigione di cui non sa darsi alcuna spiegazione. Quando mi aveva preso
in cura le mie analisi del sangue erano tutte alterate; dopo un anno l’analisi di 21 valori sanguigni dava valori non solo buoni, ma addirittura ideali, e, come dice, il dotto Englert «di un ventenne in forma». Anche la paralisi è ormai completamente superata. Da allora la mia capacità lavorativa è quella di un giovanotto.

Protetto in lui

Credo che non ci sia forza di guarigione maggiore del sapersi sicuri nella grazia del Padre-Abba, del sapersi accettati con amore dal Salvatore infinitamente buono, del farsi rianimare e guidare dal suo Santo Soffio (Spirito). Pensiamo con quanto amore infinito e profondo rispetto Gesù si rivolgeva anche ai peccatori, regalava loro un anticipo immeritato di fiducia e amicizia! Sotto questo punto di vista cerchiamo di capire i suoi miracoli di guarigione. Come già annotato prima, non posso immaginarmeli come una sospensione delle leggi naturali. Vengono invece risvegliate e chiamate a raccolta tutte le forze dell’ anima e del corpo, quando si accende la scintilla dello Spiri-
to che parte da Gesù e dal Padre. Così possono venir liberate e potenziate inconcepibilmente forze di guarigione nascoste.

Per lo più c’è sullo sfondo l’esperienza quotidiana, e a tratti stupefacente, dell’ amore che ti dà il prossimo. In questo e per suo tramite Dio è all’ opera. «Dov’è amore e bontà, là vi è Dio».

Dio Creatore è all’opera in tutte le cose, inclusi i nuovissimi apparecchi di irradiazione. Ma la cosa più portentosa è la potenza del suo amore che si rivela tangibilmente ed efficacemente in rapporti sani e che danno la guarigione, e nelle esperienze di fede sia comuni che del tutto personali.

Il soffio Abba di Gesù

Una via per sperimentare tutta questa forza e farla diventare efficace è la preghiera Abba, il compimento interiore e probabilmente esplicito del Soffio Abba di Gesù. Si tratta di farsi animare e riempire da questo Soffio Abba di Gesù.

Il nostro respiro naturale è un simbolo originario del Soffio dell’amore di Dio, dello Spirito Santo. La parola ebraica «rùah» e la parola «pneùma» della Bibbia, tradotte con «Spirito», in seguito verranno rese letteralmente con Soffio. Il «Santo Soffio» è l’evento originario eterno del respiro della vita e dell’amore tra padre e figlio. In questo Soffio del loro amore si regalano reciprocamente con indicibile tenerezza beatificante.

Tra parentesi si noti che in ebraico le due espressioni che fanno riferimento al Santo Soffio di Dio (cioè Soffio e Saggezza) sono femminili, espressione della delicatezza e fertilità materne. La preghiera di Gesù, in cui è centrale l’espressione dell’amore più fervido e di una fiducia totale «Abba» (papà, carissimo padre) – deve compenetrare tutto il nostro respiro, il nostro fiato di vita e di amore nel compimento della preghiera Abba di Gesù. È del tutto naturale che sperimentiamo il nostro inspirare ed espirare come simbolo fondamentale per farei prendere dall’ amore
di Gesù per il Padre e per noi.

Quando i discepoli raggianti di gioia tornarono dalla loro prima missione per annunciare la redenzione e per guarire i malati, «Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: ti rendo lode, o Padre (Abba), Signore del cielo e della terra, perché queste cose le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,21).

Quando pregate

Quando i discepoli vivono la preghiera al Padre (Abba) di Gesù con ammirazione e stupore, lo pregano di insegnare loro a pregare. Che fa? Li include semplicemente nel suo Soffio Abba e li invita: «Quando pregate, dite così: “Abba”» (Le 11,2).

Li rende in tal modo una grande famiglia di suo Padre. Perciò insegna loro anche a dire secondo Matteo (6,9) «Abbuni» – «Nostro Padre», accogliendoliespressamente nel suo amore, nel suo Soffio d’Amore. Quando Gesù prega e ci accoglie nella sua preghiera, si rivela nella storia della redenzione come quello che è dall’eternità, come dice Tommaso d’Aquino: egli non è «una qualsiasi parola, ma la parola che emana l’amore» (« Verbum spirans Amorem»). L’alito di amore parte dal
Padreedalui.

Nella grande preghiera eucaristica, nel cenacolo prima della sua dipartita, Gesù comincia sei volte con «Abba». E gioisce: «Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato» (Gv 17,6).

In ognuno dei sei capoversi della preghiera sacerdotale di Gesù compare il pensiero che dà gioia, che Gesù ci ha ricevuto dal Padre ed è contento che noi, suoi discepoli, riconosciamo che l’Abba stesso ha regalato lui, suo figlio amato, a noi quale redentore e amico. Gesù prega sempre che noi veniamo accolti nell’ eterno amore che si dona tra padre e figlio nel Santo Soffio, nell’ alito di vita
e di amore. L’apostolo Paolo dice in tre passi esplicitamente che il Santo Soffio di Dio accoglie anche noi nella preghiera di Gesù Abba. «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rom 5,5)). «Avete ricevuto uno spirito da figli e figlie l adottivi per
mezzo del quale gridiamo “Abba, Padre”. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio» (Rom 8, 14-16). «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abba, Padre!» (GaI 4, 6). Di particolare aiuto e consolazione per i malati e le persone duramente provate è il passo della lettera ai Romani: «Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti
inesprimibili. E colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito (Soffio), poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rom 8,26- 27). «Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rom 8,28).

Osserva il tuo respiro

«Allora il Signore Djo, (l’Io-son-qui), plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita. E l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). In questa luce biblica osserviamo davanti alla preghiera Abba con rinnovato ringraziamento il nostro respiro come dono di Dio e simbolo originario dell’ amore uno e trina di Dio che ci inserisce nella sua vita e nel suo amore.

Osserva dunque il tuo respiro come simbolo e immagine del Soffio Abba di Gesù. Fatti prendere dallo stupore sempre crescente che il tuo respiro possa ricordarti che tu stesso sei totalmente inserito nel soffio dell’ amore eterno tra padre e figlio. Il nostro respiro deve essere profondo e regolare. Espira profondamente e riposati alcuni istanti nel pensiero che tu a ogni respiro ti affidi a Dio, per trovare in lui riposo, gioia e pace. Ab … e … ba. Nell’inspirare (il primo Ab) ci sperimentiamo come dono che viene dal Padre. Ci apriamo a una esperienza che ci rende sempre felici del regalo della nostra esistenza come figli/ figlie di Dio. Espirando (al secondo «a» di abba) regaliamo a Dio noi stessi grati e pieni di fiducia. Sperimentiamo la pausa tra espirare e la nuova inspira-
zione come «essere sicuri in Lui».

Lasciamoci afferrare dallo stupore! Diamo spazio alla gioia. E così facendo probabilmente le pause tra l’espirare e l’inspirare diverranno via via più lunghe. La nostra inspirazione diviene più profonda con la nostra dipendenza dall’amore e dal soffio vitale di Dio.

Affidati al soffio d’amore di Dio

Con Gesù, in forza del suo soffio d’amore possiamo dire: «Abba (Abbuni) in cielo». Attraverso il Soffio Abba di Gesù, cui ci affidiamo totalmente, siamo per così dire in cielo, cioè completamente inseriti nel donarsi interno alla divinità tra Padre e Figlio a mezzo del loro Soffio d’amore. E così lodiamo internamente, stupiti e giubilanti con Gesù, «Il Signore del cielo e della terra». Noi lo preghiamo affinché, attraverso Gesù, siamo inseriti nel suo amore beatificante. Quando noi chiamiamo il Padre in cielo fiduciosi con Gesù, Abba, è una preghiera di lode.

«Abba, il tuo nome Abba venga santificato lodato e amato» Questa grande nostalgia che il nome del Padre, Dio, venga conosciuto, amato e onorato da tutti gli uomini, appartiene essenzialmente alla preghiera Abba. Proprio qui c’è una grande forza di guarigione. Vengono purificati i nostri motivi ispira tori e le nostre intenzioni. Diventiamo più sensibili all’ onore del santo nome di Dio, del Padre di nostro Signore Gesù Cristo. Le nostre malattie e le nostre sofferenze non possono più schiavizzarci e distruggerei, quando uniti a Gesù, attraverso la nostra preghiera Abba, cresce la nostalgia che il nome del Padre, di Dio, venga lodato e amato in terra, come in cielo. Noi viviamo una liberazione dall’ angustia della nostra piccola esistenza e capiamo via via che la nostra preghiera, la nostra vita e sofferenza e amore, uniti a Gesù, hanno un valore infinito.

«Abba, venga il tuo regno, come in cielo così in terra» Gesù è vissuto e ha sofferto tra noi, per mostrarci il Padre, per accoglierei nel suo regno di amore, grazia, pace come destinatari e collaboratori. Fermiamoci a tratti nella nostra preghiera Abba un minuto, due o tre; lasciamo crescere in noi la nostalgia della venuta del regno di Dio. Allora crescerà anche la nostra nostalgia a collaborarvi, non per ultimo, per dedizione e fiducia in Dio, nei giorni della malattia.

«Abba, la tua volontà si compia come in cielo così in terra»

La preghiera Abba fedelmente recitata ci dà a poco a poco un’idea del cielo, dell’essere accolti nel progetto di redenzione di Dio, secondo cui fluiscono su di noi la sua beatitudine divina e il suo amore. Nella preghiera Abba vediamo ripetutamente con stupore e ammirazione la preghiera Abba di Gesù sul monte degli ulivi: «Abba, il tuo piano di redenzione, la tua volontà si compia, non la mia». L’ultima espirazione di Gesù sulla croce è stato il suo ultimo sì al piano di redenzione del Padre, la massima glorificazione del nome di Dio Padre con fiducia illimitata: «Abba! nelle tue mani metto il mio Soffio».

Proprio quando la malattia, la sofferenza, la delusione ti affliggono e rischiano di sommergerti, fissa la tua attenzione su Gesù sulla croce e fatti accogliere dal soffio d’amore di Gesù nella sua preghiera: «Abba, metto nelle tue mani me, la mia vita e il mio ultimo respiro».

Se la prima parte del Padre Nostro è il grande passaggio esistenziale dall’ angustia dell’Io all’ampiezza del tu di Dio, del suo regno, del suo piano di redenzione, la seconda parte ci include particolarmente nella dimensione della solidarietà di Gesù che è divenuto tutto per tutti e ci insegna a liberarci dall’egoismo individuale e collettivo.

«Abba – Abbuni – “Dacci oggi il nostro pane”»

Oh quanto è gustoso il pane che riceviamo grati dalle mani del nostro caro Abba! Egli ci regala il suo figlio amato come pane per la vita del mondo. Mentre tu ti affidi intensamente al Soffio Abba, puoi gustare tutto quello che hai ricevuto da Dio come suo regalo, come segno del suo amore di Abba per te, ma anche per tutti. Se cerco solo il mio pane, il mio onore, il mio successo, allora tutto ha un sapore cattivo. Il dono di Abba diviene un furto. Tutti i doni, che sono destinati a noi uomini tutti complessivamente, diventano poi bottino per noi prigionieri dell’egoismo, occasione di invidia, litigio, violenza, inganno. Quanto più il nome Abba – Abbuni anima il nostro respiro, il nostro pensiero e le nostre mete, tanto più facilmente entriamo nella dimensione di liberazione e guarigione che abbraccia tutti i beni della terra e tutte le grazie. Dal gustare il nome Abba
nel Soffio Santo proviene una forza potente di compartecipazione, di spirito comunitario.

«Abba Abbuni, perdonaci la nostra colpa, come anche noi perdoniamo tutti i nostri debitori»

Se parliamo della forza di guarigione della preghiera – e questo è per me centrale per la vera e vitale fiducia in Dio nella malattia – dobbiamo rivolgere spesso molto intensamente il nostro sguardo amorevole e tutta la nostra attenzione alla preghiera di Gesù sulla croce: «Abba, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Qui è della massima importanza lo stupore dal quale ci dobbiamo far prendere sempre più intensamente. Non è affatto naturale che Gesù sulla Croce preghi così dall’intimo del suo cuore per i suoi carnefici, per coloro che lo offendono. Sono compreso anch’io. «Attraverso le sue ferite,
per il suo amore non violento che nega l’inimicizia siamo guariti». Ringraziare, stupirsi! Allora all’improvviso ci diventa naturale il perdono, il liberarci da ogni amarezza, da ogni rancore. Ma rimane la grazia, dono per cui dobbiamo ringraziare ogni volta da capo. Se talvolta l’amarezza ti vuol catturare, prega per alcuni minuti con la preghiera del soffio Abba, con lo sguardo fisso a Gesù sulla croce e ascoltando la sua preghiera più calda: «Abba! Perdona!».

«Abba – Abbuni, non lasciarci scivolare nella tentazione, ma liberaci dal male»

(Queste due invocazioni vanno collegate) Si tratta soprattutto della tentazione a distaccarsi dal regno dell’amore e della pace, la tentazione dell’invidia, dell’odio, della sete di vendetta. Da un punto di vista positivo è la preghiera per la forza interiore dell’amore che supera l’inimicizia. Gesù ha amato me povero peccatore senza limiti e non smette di amarmi, così che anche noi possiamo amare quelli che ci hanno fatto apparentemente un’ingiustizia, hanno offeso il nostro onore, ecc. Nel Soffio Abba ripeti sempre più decisamente sì al comando: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rom 12,21). «Abba! Amen! Sì, così sia. Spero questo dal tuo amore. Mi affido per sempre a te. Amen» Chi si fa prendere completamente dal Soffio Abba di Gesù nella preghiera fervida, si sa riconciliato con Dio e viene incluso nella sua azione di conciliazione e guarigione. Significa molto per il malato stesso, per il decorso della sua malattia, per il senso di unione e infine per l’ultima riconciliazione. Significa molto per la salvezza del mondo.

Poiché alcuni malati a volte ricorrono volentieri a una preghiera già formulata, offro cinque brevi preghiere.

1) La mattina

«Se grido invocando il Signore

Egli mi ascolta dal suo monte santo.

Mi corico e mi addormento,

Mi sveglio perché il Signore mi sostiene».

(Salmo 3,5-6)

Abba! Padre della luce! L’oscurità di questa notte non mi ha turbato; perché tu ti fai sentire vicino, poiché tu sei con me. Sì, tu sei per me l’«Io-che-è qui». Nella tua cura paterna mi sento protetto anche quando mi risveglio da un sogno inquieto. Il Soffio Abba del tuo Figlio amato mi dona pace e tranquillità proprio anche quando il sonno se ne va. Il tuo soffio d’amore mi percorre, mi rafforza e mi consola. Abba! Ti ringrazio per la grazia della fede, per l’esperienza della fiducia, per il dono del tuo amore. Ma quanto più mi sento rafforzato dalla preghiera Abba, tanto più mi prende la compassione per i malati e i vecchi che non ti conoscono affatto o vedono in te soprattutto il giudice. Forse dubitano del tuo amore paterno, perché nella vita e nella loro sofferenza è stato dato loro troppo poco amore sincero. Abbi compassione di loro. Manda loro, oggi e ogni giorno, persone che facciano intuire loro, attraverso la bontà, la comprensione e la disponibilità, che tu, Dio dell’amore, sei il cuore di tutta l’esistenza. Aiutami oggi a trasmettere alle persone che incontro
qualcosa dell’ amore e della pace di cui tu mi fai dono. Amen.

2) La mattina

«Il mio cuore ti dice:

lo cerco il tuo volto, Signore:

lo ne sono sicuro, m’aspetto di godere
della felicità del Signore

nella terra dei viventi».

(Salmo 27,8 e 13)

Abba, Padre dell’amore!

La calda luce del mattino e l’aria fresca nella stanza mi fanno pregustare il risveglio beato dopo l’ultimo respiro, dopo la mia ultima preghiera Abba, quando avrò emesso l’ultimo respiro terreno fidando in Gesù che nella vita e nella morte ti si è affidato completamente. Sì, quando mi risveglierò alla vita piena, nuova, eterna, vedrò il tuo volto e gioirò della tua bontà.

Abba, Dio sempre buono, disponi tutto in modo che io abbia un aiuto nel cammino verso di Te, nel mio pellegrinaggio della fede verso la patria eterna. Tu, Dio della salvezza, sai quanto vorrei guarire. Voglio fare la mia parte per promuovere la guarigione. Ma più fervidamente ti prego: aiutami ad avanzare sul sentiero della salvezza. Qualsiasi cosa questo giorno mi porti, voglio ringraziarti in anticipo e lodare in tutto il tuo nome Abba. E aspetto con gioia quel risveglio che mi includerà completamente nella lode del tuo amore.

Amen.

3) Durante il giorno

«Si rallegrino quanti si rifugiano in te,
esultino senza fine,

Tu li proteggi, gioiscano in te,
quanti amano il tuo nome».
(Salmo 5, 12)

Abba, caro Padre in cielo! Che felicità sento, se penso che unito a tuo figlio Gesù, pieno di fiducia posso dire nostro Abba, mio Abba sapendo che il soffio dell’amore, che parte da te e da tuo Figlio, prega e respira in me.

Così tu sei per me il padre in cielo, poiché un pezzo di cielo si compie in me, quando prego, Abba! Padre in cielo!

Spesso mi hai consolato oggi pronunciando il tuo nome di padre. L’essere malato non mi ha più potuto tanto inquietare; sempre voglio guardare Gesù; perché chi lo vede, vede te. Mi include adesso e nel mio ultimo respiro nel suo soffio d’amore, che lo fece pregare: «Abba! Nelle tue mani metto il mio respiro». Unito a lui confido completamente nel tuo amore.

E quando poi il giorno della mia vita si avvierà al declino, voglio dire Abba con l’ultimo respiro ed esalare la mia vita terrena e metterla nelle tue mani amorevoli.

Amen.

4) La sera

«Signore, sovrano nostro,

quant’è mirabile il tuo nome su tutta la terra.

Cos’è l’uomo, perché di lui ti ricordi,

tu altissimo!»,

(Salmo 8,2 e 5)

Abba! Buon Padre! Sì, indicibile è il tuo nome magnifico, tu altissimo. Ancora più magnifico è il tuo nome, quello che hai rivelato a Mosè: L’ «Io-sono-qui». Insuperabile è la rivelazione definitiva in Gesù, l’Emanuele: «Dio-con-noi» che ci ha dato il potere di chiamarti, consociati con lui
e in forza del Soffio eterno, «Abba».

Anche oggi mi hai fatto sapere di nuovo che tu per me sei l’«Io-sono-qui», il «Dio-con-noi».

Il tuo Figlio unigenito che si chiamava preferibilmente figlio di Adamo, figlio dell’uomo, gioiva perché poteva rivelarci il tuo nome, il nome del padre. Ed egli giubilava inoltre nel Santo Soffio perché tu per mezzo di lui hai rivelato tutto questo a noi piccoli uomini.
Stasera e di fronte alla sera della vita, cui mi avvicino, voglio onorare il tuo nome di Padre con grandissima fiducia. Sai meglio di me quello che mi occorre e giova. Ti occupi di me ancora infinitamente meglio dei medici e delle infermiere preoccupate per me. «Toglimi tutto quello che è d’impedimento sulla via che conduce a te e regalami tutto ciò che mi aiuta su questa strada!» (Nicola di Fliie). Amen.

5) Di notte

«Se nel mio letto di te mi ricordo,

medito su di te vegliando.

Il mio respiro si attacca a te

e la tua destra. mi sostiene».

(Salmo 63,7 e 9)

Abba! Padre Santo!

Se già persone devote, come il salmista, prima dell’arrivo di tuo Figlio nel mondo, potevano avere tanta fiducia nella tua cura di Padre, tanto più si conviene ai cristiani una fiducia sconfinata in te a causa di Cristo. Notti intere Gesù le ha passate in preghiera, nella gioia del tuo amore e del tuo nome di padre.

Davanti ai suoi discepoli ha giubilato nel Soffio Santo e ti ha lodato quale «Abba», il «Signore del cielo e della terra».

Nell’ orto degli ulivi e sulla croce ha mormorato il tuo nome Abba e vi ha trovato forza e consolazione. Il suo sì fiducioso al tuo piano di redenzione, alla tua volontà di amore, ci mostra la via e ci dona sicurezza anche nelle nostre notti oscure.

Accettami misericordiosamente, quando balbettando mormoro il tuo nome nelle mie notti insonni.

Il tuo Santo Soffio possa occuparsi a suo tempo della mia debolezza e insegnarmi a pregare. Anzi egli stesso possa pregare in noi, in me «Abba! Padre!». Amen.