3. SETTIMA LETTERA – IL PECCATO (VII parte)

SETTIMA LETTERA – IL PECCATO (VII parte)

 “La colonna e il fondamento della Verità”

 Pavel Aleksandrovic Florenskij

Foto di una rarissima visita dei familiari di P. A. Florenskij detenuto

nel più feroce Gulag staliniano delle Isole Solokie

Tutte le persone che non conoscono Dio o non credono in Lui, vedono la vita dopo la morte, cioè la “vita futura” come una  trasposizione fantastica della vita terrena presente, come una vita appassita, secca perché avvelenata dal tempo, quindi una vita-morta, uccisa, inesistente. Questa concezione della vita dopo la morte è l’unico modo possibile di pensare il “dopo la morte” per i non credenti. Ce lo dimostra M. Maeterlinck nel libro “L’uccello azzurro” in cui presenta questa antica concezione.

Né le immagini del libro di M. Maeterlinck, né i ragionamenti del filosofo  materialista Augusto Compte, né il culto delle persone geniali, degli eroi, delle personalità politiche, gloria che anche oggi incanta e addormenta i popoli,  possono soffocare il fatto evidente perfino agli antichi pagani che, se non esiste Dio con la sua Eterna Memoria Divina, ogni ricordo può essere solo temporaneo, e considerandolo bene, appare come magra, anzi vuota consolazione. I non credenti, con abbondanti parole e costruendo ambiziose apparenze, tentano di convincere i loro defunti che essi resteranno i primi e i grandi, com’erano i primi e i grandi mentre vivevano. Ulisse, infatti, ha tentato di consolare il defunto Achille ricordandogli che il suo ricordo continua tra i vivi e gli disse:

“ …  Io vado peregrinando e soffrendo. Tu invece fosti, sei e sarai il primo nella gloria e nella felicità tra gli uomini dei tempi passati, presenti e futuri.  Da vivo ti abbiamo venerato come un dio immortale e ora qui tra noi viventi continui ad essere grande come da vivo, regnando sui morti; non lamentarti della morte, Achille, ora sei uguale agli dèi”.

Ma Achille, come tutti i non credenti, risponde a queste pretese consolazioni sospirando profondamente: “O Ulisse, non sperare di consolarmi per la morte; preferirei vivere da contadino lavorando nei campi, guadagnandomi il pane quotidiano da un povero aratore, piuttosto che essere morto e regnare morto  tra i morti”.

Ulisse, pagano e non credente, si rende ben conto che le creazioni scultoree, poetiche e artistiche in genere e la vita familiare assicurano sì il ricordo umano, ma solo per un tempo limitato, non per sempre, non per l’eternità; non assicurano quindi e non donano alla persona che è morta una Vita Eterna.

         Ma, per capire meglio, chiediamoci: In che cosa consiste la memoria?

Nella sua definizione psicologica la memoria sembra essere un’attitudine innata che conserva i ricordi attraverso immagini, rappresentazioni. La memoria lavora con elementi astratti e quindi rivela un legame che la tiene unita essenzialmente ai processi del pensare umano. La stessa conoscenza è un apprendimento, una percezione astratta che comprende il capire, l’apprendere, il riprodurre, il conoscere e riconoscere, e così la memoria fa da supporto alla conoscenza, alla ragione.  Platone esprime questa convinzione in un dialogo della gioventù: in esso definisce la memoria come “madre delle Muse ispiratrici”, cioè generatrice delle creazioni artistiche e spirituali.  Nella fase matura della sua vita intellettuale la chiama semplicemente conoscenza, “ricordarsi” del mondo trascendente, del mondo dei concetti, delle idee.

         Per Kant la memoria trascendentale è il fondamento del sapere, per Platone è la memoria trascendente il fondamento del sapere. Per Kant “Trascendentale” ha il significato di trascendente e per Platone “trascendente” può essere interpretato come trascendentale.

 Ma qual è il significato dei due termini: trascendente e trascendentale.

Trascendere significa superare, andare oltre. Boezio dice che il concetto transcende, supera, va oltre la sua immagine.  Per Tommaso d’Aquino le Verità della fede trascendono la ragione.  “Trascendente” è ciò che supera, che esiste al disopra di un’altra realtà. Il “trascendere” esiste sul piano dell’essere e anche su quello del conoscere: le idee delle cose, in Platone, sono trascendenti rispetto alle cose stesse, e in Kant la pura sostanza trascende la ragione. Il trascendente si riferisce al concetto di ciò che è reale.

Aristotele ha intuito e scoperto le categorie delle singole realtà, distinte dai trascendentali che sono aspetti delle categorie. I Trascendentali sono 6: 1. Cosa, 2. Ente, 3. Vero, 4. Buono, 5. Uno, 6. Aliquid (un qualcosa).  Le Categorie aristoteliche sono 10: 1. Sostanza, 2. Quantità, 3. Qualità, 4. Relazione, 5. Azione, 6. Passione, 7.  Tempo, 8. Luogo, 9. Sito, 10. Abito. I sei trascendentali si presentano come concetti necessarî per pensare e inquadrare razionalmente ogni oggetto. Il rapporto tra trascendente e trascendentale è in antitesi, simile alla antitesi tra reale e ideale. Il concetto del “trascendentale” designa il livello di verità necessarie che il pensante scopre in sé medesimo quando, astraendo dall’oggetto, considera le sue condizioni assolute. Questo è il procedere del pensiero umano, il nostro pensare psicologico. Dio, invece, possiede un “pensiero non psicologico ma creativo”: pensando crea e così può introdurre realmente nell’Eternità della sua Memoria il reale ricordo ciò che nel Tempo è già passato. Il pensiero dell’umanità decaduta è soltanto un collocare impotente e illusorio nel Tempo, ciò che ormai nel Tempo non esiste più,  abbracciando il vuoto di un’ombra che fugge.

Ma chiediamoci: I pagani capivano la povertà di questo ricordo umano temporale? Si rendevano conto del limite di una memoria che esiste solo nel Tempo? Oppure intuivano anche loro un qualcosa, simile al ricordo eterno, richiamo all’anima immortale? Lo desideravano di sicuro! In tutte le arti figurative dell’antichità appare la benda nera della morte che copre gli occhi. Gli Antichi d’Oriente, quando non riuscivano a trovare l’oblio nell’estasi raggiunte con varie alienazioni orgiastiche, provavano la disperazione, gli Egizi provavano la sterile malinconia. Sarebbe errato attribuire queste rappresentazioni delle immagini deluse e malinconiche dei morti alla incapacità degli artisti.

Dopo questa riflessione sull’Oriente e sull’Egitto, guardiamo ora alla più nobile delle culture apparse sulla terra. Una viaggiatrice moderna, descrivendo i monumenti greci rimessi in luce dagli scavi, nota che gli scultori greci usano raramente la loro capacità di raffigurare i moti disperati dell’animo. I loro personaggi raramente sorridono, piangono, sono adirati: nella maggior parte dei casi hanno l’espressione di un tranquillo e quieto raccoglimento. Presentano la vita intima e quotidiana, dove i membri della famiglia si incontrano nell’oltre tomba e si tendono l’un l’altro le mani con una tranquilla tristezza sul volto, sono raccolti in una triste accettazione dell’inevitabile. Le iscrizioni sono come le immagini. I Greci andavano sulle tombe non per piangere i loro morti, ma per richiamarli alla memoria così com’erano da vivi. Del resto non rimaneva loro che accettare le conseguenze della morte totale: era logico che sulla terra regna solo il tempo che passa e lascia il vuoto: la morte totale.