3. OTTAVA LETTERA – LA GEENNA (I parte) di P. A. Florenskij

OTTAVA LETTERA – LA GEENNA (I parte)

“La colonna e il fondamento della Verità”

di Pavel Aleksandrovic Florenskij

 

      O mia guida spirituale! Non posso dirti con quale timore sto mettendomi a scrivere questa lettera, perché so bene quale sia la difficoltà di trovare un linguaggio adatto; lo scheletro dei nostri rozzi concetti è troppo grossolano e ci vuole niente a rovinare l’integrità del tessuto quasi impalpabile delle esperienze vissute, quando la si tende su questa ossatura. Forse soltanto le tue mani sapranno raccoglierlo senza strapparlo. Solamente le tue …

     La questione della “morte seconda” è dolorosa, ma sincera; una volta l’ho sperimentata in sogno in maniera pienamente concreta, senza immagini e con esperienze puramente interiori. Mi circondava un buio pesto, tanto fitto da essere tangibile; certe forze mi trascinavano sull’orlo, e sentivo che era l’orlo dell’Essere Divino oltre il quale c’è il Nulla Assoluto. Volevo guardare e non potevo; ancora un istante e sarei precipitato nelle tenebre esteriori. La tenebra incominciava a trasformarsi in me; la mia coscienza era per metà scomparsa e sapevo che questo era l’annientamento assoluto, metafisico.

     Nella disperazione suprema gridai con una voce che non era più la mia: “Dal profondo io grido a Te, Signore! Mio Signore, dammi ascolto” (Sal. 129, 1). In queste parole effusi tutta l’anima. La mani di qualcuno mi afferrarono con potenza mentre affogavo e mi gettarono lontano dall’abisso, la spinta fu improvvisa, potente. Di colpo mi ritrovai nel solito ambiente, mi pare nella mia camera; dal “non-essere mistico” alla vita quotidiana. Allora immediatamente mi sentii davanti alla faccia di Dio e mi svegliai intriso di sudore freddo.

     Sono trascorsi quasi quattro anni, eppure tremo tutto alle parole “la morte seconda”, la tenebra esteriore, la cacciata dal Regno. Tutto il mio essere freme ancora quando leggo: “Che non resti solo senza di Te, datore di vita, mio respiro, mia vita, mia gioia, mia salvezza”, cioè che non resti nell’Inferno, fuori della Vita, del Respiro e del Gaudio.

     Ancora adesso con nostalgia e con commozione accolgo la parola del salmista: “Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo Santo Spirito” (Sal 50,13). Eppure il mio sogno, la mia commozione sono uno scherzo in confronto al bruciare da sveglio per trent’anni nella geenna del fuoco, al morire della morte seconda per trent’anni. Ora questo è accaduto realmente.

     Nelle carte di Nikolaj Aleksandrovic Motovilov, “piccolo servitore della Madre di Dio e di Serafin”, scoperte da Sergej Nilus, si trova la descrizione di un principio di ossessione demoniaca, straordinaria per chiarezza e concretezza. Ecco nella loro realtà vissuta le pene della geenna, per quanto le possa attingere la nostra coscienza attuale.

     In una stazione postale sulla strada di Kursk – così riferisce di S. Nilus le parole di Motovilov – Motovilov si era fermato per passarvi la notte. Rimasto solo in camera, estrasse dalla valigia i suoi manoscritti e incominciò a ordinarli alla luce fioca di un’unica candela che illuminava appena la grande camera. Tra i primi fogli gli capitò sotto mano la descrizione della guarigione della nobile Eropkina, indemoniata, avvenuta sulla tomba del santo vescovo Mitrofan di Voronez. “Incominciai a riflettere – scrive Motovilov – come possa accadere che una cristiana ortodossa, la quale si comunica ai Purissimi e Vivificanti Misteri del Signore, improvvisamente sia invasa dal demonio e per più di trent’anni.

     Sciocchezze! pensavo. Impossibile!  Vorrei vedere se il demonio osa installarsi in me che mi comunico spesso”. In quel medesimo istante una nube terribile, fredda, maleodorante, lo circondò e cominciò a penetrargli nella bocca attraverso i denti serrati con spasimo. Il povero Motovilov si dibatteva, cercava di difendersi, dal gelo, dal puzzo, dalla nube che lo invadeva, ma tutto fu vano. Le sue mani erano totalmente paralizzate e incapaci di fare il segno della croce, il pensiero raggelato dal terrore non poteva ricordare il nome salvifico di Gesù.

     La cosa orribile e ributtante accade, e per Motovilov incominciò un periodo di terribili sofferenze. In questo stato egli tornò a Voronez dall’arcivescovo Antonij. Il suo manoscritto descrive così le sue pene: “Il Signore fece sì che su me stesso, non in sogno o in visione, ma veramente, provassi tre tormenti della geenna:

Il primo era il fuoco senza luce che solo la grazia della Spirito Santo può estinguere; durò tre giorni durante i quali mi sentivo ardere senza bruciare. Sedici o diciassette volte al giorno mi ripulivano dalla fuliggine della geenna e tutti lo potevano constatare. Questa pena cessò solo dopo la mia confessione e comunione per le preghiere dell’arcivescovo Antonij e le suppliche e le litanie che egli ordinò di fare in tutte le quarantasette chiese di Voronez e in tutti i monasteri per il servo di Dio malato, Nikolaj.

Il secondo era il feroce tartaro della geenna con il fuoco che non solo non bruciava ma neanche mi riscaldava: durò due giorni. Su richiesta dell’arcivescovo io tenni una mezz’ora sulla fiamma della candela la mano che diventò tutta nera ma non si riscaldò neppure. Ho scritto una pagina intera si questa esperienza sicura, apponendovi l’impronta della mia mano annerita. Grazie alla comunione, nonostante queste sofferenze potei mangiare e bere e anche dormire un poco, ma il tormento era visibile a tutti.

Il terzo tormento della geenna durò solo un giorno e mezzo, ma fu enorme, terribile e doloroso, indescrivibile e inattingibile. Non so come rimasi vivo. Anch’esso scomparve dopo la confessione e la comunione che l’arcivescovo Antonij mi diede di sua mano. Fu la pena del verme insonne della geenna, visibile a me solo e all’arcivescovo, ma che non mi permise né di dormire né di mangiare e di bere, perché questo pessimo verme mi riempiva tutto, strisciava in tutte le mie viscere, rodeva inspiegabilmente tutto il mio intimo, mi usciva dalla bocca, dalle orecchie e dal naso per tornare nelle mie viscere. Dio mi diede potere su di esso e così potei afferrarlo e tirarlo. Sono costretto a descrivere tutto questo, perché il Signore non mi ha dato invano questa esperienza e nessuno pensi che io osi nominare il nome di Dio invano. Nel giorno del terribile giudizio Lui stesso, Dio, mio Aiuto e Protettore, renderà testimonianza che non ho mentito contro di Lui e contro ciò che la sua divina provvidenza ha compiuto in me”.

     Dopo questa tentazione terribile e incomprendibile all’uomo comune, ben presto Motovilov ebbe la visione del suo protettore san Serafim, il quale lo consolò promettendogli la guarigione in occasione della ricognizione del corpo del santo vescovo Tichon Zadonskij e assicurandolo che nel frattempo il demonio installatosi in lui non l’avrebbe tormentato tanto crudelmente. La ricognizione avvenne solo trent’anni dopo e Motovilov con fede attese per tutto questo tempo la guarigione e l’ottenne.