4. FËDOR MICHAJLOVIČ DOSTOEVSKIJ – Profilo e opere e frasi dalle varie Opere

JAMILETTE presenta

Fëdor Michajlovič Dostoevskij:

Ritratto del 1872 ad opera di Vasilij Perov (Galleria Tret’jakov, Mosca)

Fëdor Michajlovič Dostoevskij Mosca, 11 novembre 1821[2]San Pietroburgo, 9 febbraio 1881[3]) è stato uno scrittore e filosofo russo.

È considerato, insieme a Tolstoj, uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi[4] di tutti i tempi[5]. A lui è intitolato il cratere Dostoevskij sulla superficie di Mercurio.

 

Biografia

I primi anni

Ospedale Mariinskij a Mosca, luogo di nascita di Dostoevskij

Il ventiseienne Dostoevskij in un disegno a matita di Konstantin Trutovskij

Fëdor, secondo di sette figli, nasce a Mosca nel 1821 da Michail Andreevič Dostoevskij, un medico militare russo, figlio di un arciprete ortodosso discendente da una nobile famiglia lituana, dal carattere stravagante e dispotico che alleva il ragazzo in un clima autoritario. La madre, Marija Fëdorovna Nečaeva, proveniva da una famiglia di ricchi e prosperi commercianti russi; dal carattere allegro e semplice, amava la musica ed era molto religiosa. Sarà lei a insegnare a leggere al figlio facendogli conoscere Aleksandr Sergeevič Puškin, Vasilij Andreevič Žukovskij e la Bibbia. A Fëdor succederanno altri sei figli: le quattro sorelle Varvara, Ljubov’, Vera e Aleksandra Dostoevskaja e i due fratelli Andrej e Nikolaj.

Nel 1828 il padre Michail Andreevič è iscritto con i figli nell’albo d’oro della nobiltà moscovita. Nel 1831 Fëdor si trasferisce con la famiglia a Darovoe nel governatorato di Tula dove il padre ha comprato un vasto terreno. Nel 1834, insieme al fratello Michail, entra nel convitto privato di L.I. Čermak, a Mosca. Nel febbraio del 1837 la madre, da tempo ammalata di tisi, muore e il giovane viene trasferito col fratello a San Pietroburgo entrando nel convitto preparatorio del capitano K. F. Kostomarov per sostenere gli esami d’ammissione all’istituto d’ingegneria. Il 16 gennaio 1838 entra alla Scuola Superiore del genio militare di San Pietroburgo, dove studia ingegneria militare, frequentandola però controvoglia essendo i suoi interessi già orientati verso la letteratura.

L’8 giugno 1839 il padre, che si era dato al bere e maltrattava i propri contadini, viene ucciso probabilmente dagli stessi. Alla notizia della morte del padre, Fëdor, all’età di 17 anni, ebbe il suo primo attacco di epilessia. Le crisi epilettiche lo perseguiteranno per tutta la vita. Nell’agosto 1841 viene ammesso al corso per ufficiali e l’anno seguente viene promosso sottotenente. L’estate successiva entra in servizio effettivo presso il comando del Genio di San Pietroburgo. Sono anni d’indigenza. Per sbarcare il lunario, di notte traduce l’Eugenie Grandet di Balzac ed il Don Carlos di Schiller. Ma per opposte tendenze, elemosina e dissolutezza, il denaro non gli basta mai.

Il 12 agosto 1843 Fëdor si diploma, ma nell’agosto 1844 dà le dimissioni, lascia il servizio militare e rinuncia alla carriera che il titolo gli offre. Lottando contro la povertà e la salute cagionevole, comincia a scrivere il suo primo libro, Povera gente (Bednye Ljudi), che vede la luce nel 1846 e ha gli elogi di critici come Belinskij e Nekrasov. In questo primo lavoro, lo scrittore rivela uno dei temi maggiori della produzione successiva: la sofferenza per l’uomo socialmente degradato e incompreso.

Nell’estate Dostoevskij inizia a scrivere il suo secondo romanzo, Il sosia (Dvojnik), storia di uno sdoppiamento psichico che non ha però il consenso del primo romanzo, e a novembre, in una sola notte, scrive Romanzo in nove lettere (Roman v devjati pisem). Vedono successivamente la luce alcuni racconti su varie riviste, tra i quali i romanzi brevi Le notti bianche (Belye noči) e Netočka Nezvanova.

L’arresto, la condanna e la grazia

Dostoevskij in divisa militare nel 1859

Il 23 aprile 1849 viene arrestato per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo. In realtà ha sì partecipato a tali riunioni, ma come incuriosito uditore, non come attivista. Il 16 novembre dello stesso anno, insieme ad altri venti imputati viene condannato alla pena capitale tramite fucilazione, ma incredibilmente il 19 dicembre lo zar Nicola I commuta la condanna a morte in lavori forzati a tempo indeterminato. La revoca della pena capitale, già decisa da giorni, viene comunicata allo scrittore solo quando è già sul patibolo. L’avvenimento lo segnerà molto, come ci testimoniano le riflessioni sulla pena di morte (alla quale Dostoevskij si dichiarerà fermamente contrario) in Delitto e castigo e ne L’idiota, scritto a Firenze.

Il trauma della mancata fucilazione si assocerà alle prime ricorrenti crisi di epilessia (una forma ereditaria di epilessia del lobo temporale[6] che già lo aveva colpito nel 1839) che segneranno la sua esistenza, e di questo dramma si troverà traccia in alcuni romanzi, quali L’idiota nella figura del principe Myškin.

«A chi sa di dover morire, gli ultimi cinque minuti di vita sembrano interminabili, una ricchezza enorme. In quel momento nulla è più penoso del pensiero incessante: “se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!”.»

(L’idiota[7])

Sempre nello stesso romanzo:

«Ma il dolore principale, il più forte, non è già quello delle ferite; è invece la certezza, che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi ora, subito, l’anima si staccherà dal corpo, e che tu, uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo. Questa certezza è spaventosa. (…) Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L’assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante è assalita di notte, in un bosco, con questa o quell’arma; e sempre spera, fino all’ultimo, di potersi salvare. Si sono dati casi, in cui l’assalito, anche con la gola tagliata, è riuscito a fuggire, ovvero, supplicando, ha ottenuto grazia dagli assalitori. Ma con la legalità, quest’ultima speranza, che attenua lo spavento della morte, ve la tolgono con una certezza matematica, spietata. (…) Un solo uomo potrebbe chiarire il punto; un uomo cui abbiamo letto la sentenza di morte, e poi detto: “Va’, ti è fatta la grazia!”. Di un tale strazio anche Cristo ha parlato… No, no, è inumana la pena, è selvaggia e non può né deve esser lecito applicarla all’uomo.»

In modo simile Dostoevskij scrive anche in Delitto e castigo, sempre sulla pena di morte:

«Dove mai ho letto che un condannato a morte, un’ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto i due piedi – avendo intorno a sé dei precipizi, l’oceano, la tenebra eterna, un’eterna solitudine e una eterna tempesta –, e rimanersene così, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d’anni, l’eternità, anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!… Quale verità! Dio, che verità! È un vigliacco l’uomo!… Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco.»

(Delitto e castigo[8])

Ne L’idiota (dove afferma “che importa se è una malattia?”) e nelle lettere egli descrive anche gli attacchi di epilessia che lo colpirono la prima volta durante la prigionia, con le relative sensazioni (aura, allucinazioni) come un’esperienza mistica che gli cambiò la vita:

«È venuto da me, Dio esiste. Ho pianto e non ricordo niente altro. Voi non potete immaginare la felicità che noi epilettici proviamo il secondo prima di avere una crisi. Non so quanto possa durare nella realtà ma tra tutte le gioie che potrei avere nella vita, non farei mai scambio con questa.[9]»

Graziato della vita, il 24 dicembre viene deportato in Siberia, giungendo l’11 gennaio 1850 a Tobol’sk per poi essere rinchiuso il 17 gennaio nella fortezza di Omsk. Dalla drammatica esperienza della reclusione matura una delle opere più crude e sconvolgenti di Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, in cui varie umanità degradate vengono descritte come personificazioni delle più turpi abiezioni morali, pur senza che manchi nell’autore una vena di speranza. Anche i due capitoli dell’epilogo di Delitto e castigo si svolgono in una fortezza sul fiume Irtyš, identificabile con Omsk. Per quattro anni il suo ristretto universo sarà delimitato da un recinto di millecinquecento pali di quercia, lavorando alabastro, trasportando tegole e spalando neve, attorniato dalla peggior risma d’individui. Gli è concesso un solo libro, la Bibbia ed i soli amici sono un’aquila ferita ed un cane tignoso.

Nel febbraio del 1854 Dostoevskij è liberato dalla galera per buona condotta, ma la sua salute resterà irrimediabilmente compromessa. Dovrà scontare il resto della pena, un paio d’anni, servendo nell’esercito come soldato semplice nel 7º battaglione siberiano, di stanza nella città di Semipalatinsk vicino al confine cinese. In questo periodo gli è vietata ogni pubblicazione e gli sono di grande supporto morale i libri inviatigli clandestinamente dal fratello Michail, tra cui i romanzi di Dumas e la Critica della ragion pura di Kant. Nel 1857 sposa Marija Isaeva, una donna dal carattere vivace, sognatore e impressionabile, vedova trentatreenne di un alcolista e madre di un bambino di nome Pavel.[10]

Il ritorno nella Russia europea

Lo scrittore nel 1863

Il 18 marzo 1859, congedato dall’esercito, lo scrittore ottiene il permesso di rientrare nella Russia europea stabilendosi a Tver’, il capoluogo più vicino a San Pietroburgo poiché l’ingresso nella capitale non gli è ancora concesso. Prepara alacremente insieme al fratello Michail una riedizione delle sue opere precedenti (escluso Il sosia, che medita di riscrivere) e lavora alle sue memorie sul bagno penale: queste verranno terminate fra il 1860 e il 1861 e pubblicate fra il 1861 e il 1862 con il titolo Memorie dalla casa dei morti.

Nel 1861 scrive Umiliati e offesi e ripristina i suoi rapporti con l’intelligentia pietroburghese facendo amicizia con due critici già affermati, Apollon Aleksandrovič Grigor’ev e Nikolaj Strachov. Insieme al fratello fonda la rivista Vremja (Il tempo) che si annuncia come espressione dell'”idea russa”, ovvero della necessità di riavvicinare l’intellighenzia alle sue radici nazional-popolari (al suo “humus” come usa dire lo scrittore) e si contrappone apertamente alle correnti occidentaliste e radicali, sostenute, tra gli altri, da Turgenev. Su questa rivista Dostoevskij pubblica Memorie dalla casa dei morti e Umiliati e offesi nel 1861, Un brutto aneddoto nel 1862 e Note invernali su impressioni estive nel 1863.

Il 21 marzo 1864, diretta dai due fratelli, esce la rivista Epocha, su cui Fëdor pubblicherà le Memorie dal sottosuolo. Nello stesso anno, il 15 aprile gli muore la prima moglie e, poco dopo, il 10 luglio il fratello Michail, che gli lascia enormi debiti da pagare. L’anno successivo compie un viaggio in Europa, dove, cercando di risolvere le proprie difficoltà economiche, gioca disperatamente alla roulette, col risultato di peggiorare ulteriormente la sua condizione finanziaria. Cerca di sposare la sua intima amica Apollinarija Suslova, che però lo rifiuta.

I grandi capolavori

Anna Grigor’evna, la seconda moglie di Dostoevskij

Nel 1866 inizia la pubblicazione, a puntate, del romanzo Delitto e castigo. Conosce una giovane e bravissima stenografa, Anna Grigor’evna Snitkina, grazie alla quale riesce a dare alle stampe, nello stesso anno, Il giocatore, opera in cui Dostoevskij racconta le disavventure di alcuni personaggi presi dal vizio della roulette. Nel 1867 sposa Anna a San Pietroburgo e parte con lei per un nuovo viaggio in Europa, a Firenze, dove comincia a scrivere L’idiota.

Nel 1868 nasce la figlia Sonja, che vive solo tre mesi. Il dramma della morte dei bambini è, non a caso, uno dei temi trattati nel romanzo L’idiota, portato a termine lo stesso anno. Nel 1869 nasce la seconda figlia, Ljubov’ (in russo, “amore”, da adulta nota anche come Aimée[11]) e pubblica il romanzo breve L’eterno marito.

Fëdor Michajlovič nel 1876

Nel 1870 lavora intensamente al romanzo I demoni, con cui l’autore sembra rinnegare definitivamente il proprio passato di libero pensatore nichilista. L’anno successivo nasce il terzo figlio, Fëdor, e Dostoevskij rinuncia una volta per tutte al vizio del gioco e, grazie agli introiti derivatigli dalla pubblicazione dei Demoni, può tornare a San Pietroburgo e affrontare i suoi creditori. Stringe amicizia con Konstantin Pobedonoscev – uno degli intellettuali più influenti e più conservatori di Russia – che di lì a qualche anno diventerà procuratore del Santo Sinodo e scomunicherà Lev Tolstoj.

Dostoevskij ritratto da Vasilij Peróv (1872), Galleria Tret’jakov di Mosca.

«Tret’jakóv, il proprietario della celebre galleria a Mosca, propose a mio marito di farsi fare un ritratto per la Pinacoteca dal famoso ritrattista Peróv. Prima di iniziare il suo lavoro, Peróv venne ogni giorno a casa nostra, per una settimana intera. Trovava mio marito in diversi stati d’animo, si intratteneva con lui in lunghe conversazioni, proponeva discussioni, e così aveva modo di osservare l’espressione caratteristica di mio marito quando pensava alle sue opere. Si può dire che Peróv sia davvero riuscito a ritrarre Dostoevskij nel «momento della creazione». Tale espressione io l’avevo notata spesso sul viso di Fëdor Michájlovič entrando nel suo studio: sembrava che guardasse dentro di sé. In quei momenti io uscivo dallo studio senza pronunciare parola. Lui era talmente assorto nei propri pensieri, che non mi aveva né visto né sentito, né poi voleva credere che fossi entrata nella sua stanza.»

(Anna Grigor’evna Dostoevskaja.[12])

Nello stesso anno Dostoevskij assume la direzione della rivista conservatrice Graždanin (“Il cittadino”), dove inizia a pubblicare dal 1873 il Diario di uno scrittore, una serie di articoli d’attualità nei quali emergerà anche un certo antigiudaismo dell’autore. Dostoevskij, come dichiarerà nel suo articolo Il problema ebraico (marzo 1877), in risposta a un attacco da parte di un corrispondente ebreo, affermerà però di non essere un antisemita razziale, e che egli “non odiava l’ebreo come popolo ma gli ebrei d’alto rango, i Re delle borse, i padroni delle banche, che influenzavano la politica internazionale; e gli ebrei usurai, gli sfruttatori delle popolazioni autoctone, citando gli esempi dei negri d’America e della popolazione lituana”.

In questi anni stringe amicizia col filosofo Vladimir Solov’ëv e inizia la stesura del romanzo L’adolescente, che si rivelerà però un insuccesso. Nel 1875 nasce il figlio Aleksej, che morirà prematuramente il 16 maggio 1878 in seguito a un attacco di epilessia, la stessa malattia di cui soffriva il padre. Sempre nel 1878 è eletto membro dell’Accademia delle Scienze di Russia nella sezione lingua e letteratura.

Nel 1879 viene invitato a partecipare al Congresso letterario internazionale a Londra e in sua assenza, su proposta di Victor Hugo, eletto membro del Comitato d’onore. Vive, ormai in condizioni agiate, fra Staraja Russa e San Pietroburgo. Nello stesso anno gli viene diagnosticato un enfisema polmonare.

I fratelli Karamazov e la morte

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Lo stesso argomento in dettaglio: I fratelli Karamazov.

«Ciascuno di fronte a tutti è per tutti e di tutto colpevole. E non solo a causa della colpa comune, ma ciascuno, individualmente.»

(I fratelli Karamazov)

Nel gennaio del 1879 inizia sulla rivista «Russkij vestnik» la pubblicazione de I fratelli Karamazov, il suo canto del cigno, il suo romanzo più voluminoso e forse più ricco di drammaticità e di profonda moralità. Immediatamente il romanzo fu accolto con enorme favore. La stesura continuò tuttavia con lunghe pause. A causa del peggiorare delle sue condizioni di salute nell’estate dello stesso anno si reca a Ems per curarsi.

Dostoevskij sul suo letto di morte, di Kramskoj, 29 gennaio 1881.

Durante le celebrazioni in onore di Puškin nel giugno del 1880, legge un discorso composto per l’occasione, che viene accolto entusiasticamente dal pubblico e, nei giorni successivi, dalla stampa. Il numero speciale del Diario di uno scrittore contenente il discorso vende quindicimila copie.

Tomba di Dostoevskij nel Cimitero Tichvin.

In autunno termina I fratelli Karamazov, e a dicembre esce in 3000 copie l’edizione in volume. In pochi giorni metà della tiratura è venduta. Nelle intenzioni dell’autore avrebbe dovuto far seguito un altro romanzo in cui il minore dei fratelli Karamazov, Alëša, sarebbe cresciuto d’età. Ma per Dostoevskij diventa sempre più difficoltoso dedicarsi al lavoro intellettuale.

Muore improvvisamente, in seguito a un repentino aggravarsi del suo enfisema, il 28 gennaio 1881 a San Pietroburgo, nello stesso appartamento dove ora si trova il museo di San Pietroburgo a lui dedicato. Prima di morire, Dostoevskij vuole salutare i suoi figli e chiede che la parabola del figliol prodigo venga letta ai bambini nel loro futuro percorso educativo[13]. Il significato profondo di quest’ultima richiesta è così spiegato da Joseph Frank:

«Fu questa parabola di trasgressione, pentimento e perdono che [Dostoevskij] volle trasmettere come ultimo lascito ai suoi figli, e ciò può significare una presa di coscienza finale sul significato ultimo della sua vita e della sua opera.[13]»

La moglie Anna testimonia di aver consegnato a Fëdor (che ne aveva fatto richiesta), nello stesso mattino del decesso, il Vangelo di Tobol’sk che aveva sempre tenuto con sé; Fëdor lo apre a caso e fa leggere la moglie:

« Ma Giovanni lo trattenne e disse: io devo essere battezzato da te e non tu da me. Ma Gesù gli rispose: non trattenermi… »   (Matteo 3,14-15)

A queste parole Fëdor commenta:

«Senti Anja, ‘non trattenermi’ vuol dire che debbo morire»

(A. G. Dostoevskaja, Dostoevskij marito[14])

Il 12 febbraio gli vengono tributate esequie solenni e viene sepolto nel Cimitero Tichvin del Monastero di Aleksandr Nevskij.

Nel 1884 esce la prima edizione postuma delle sue opere complete in quattordici volumi.

Fama, contraddizioni e pensiero

«Questo Essere c’è, e può perdonare tutto e tutti e per conto di tutti perché Lui stesso ha dato il suo sangue innocente per tutti e per tutto.»

(Alëša a Ivàn in Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov[15])

Note al V capitolo dei I fratelli Karamazov

Le opere che lo hanno reso maggiormente famoso sono Memorie dal sottosuolo, Delitto e castigo, L’idiota, I demoni e I fratelli Karamazov, e viene considerato un esponente dell’esistenzialismo e dello psicologismo. Egli fu un uomo e un intellettuale spesso contraddittorio. Identificato dapprima come voce della corrente nichilistapopulista, Dostoevskij capeggiò poi le file degli intellettuali russi più conservatori di fine Ottocento. Nelle Memorie dalla casa dei morti (1859-1862) fanno capolino i grandi valori della tolleranza religiosa, della libertà dalle prigionie materiali e morali, della indulgenza verso i malfattori, cioè verso coloro che, pur essendosi macchiati di crimini contro la legge, sono in definitiva solamente persone più sfortunate e più infelici, e quindi più amate da Dio, che vuole la salvezza del peccatore e non la sua condanna. Tutto è dunque proiettato verso “la libertà, una nuova vita, la resurrezione dai morti…”.[16]

«Il grado di civilizzazione di una società si può misurare entrando nelle sue prigioni.»

(Memorie dalla casa dei morti”[17][18])

A distanza di vent’anni dalle Memorie, alcuni di questi aspetti caratterizzanti del pensiero del giovane e progressista Dostoevskij si rovesceranno completamente nelle riflessioni severe e conservatrici del Diario di uno scrittore (1873-1881), ossia gli articoli scritti sul Cittadino di intonazione nazionalista e slavofila, e nelle sue pagine di riflessione, dove attacca gli usurai ebrei, difende la Chiesa ortodossa russa come unico vero cristianesimo specie in polemica con la dottrina e la gerarchia della Chiesa cattolica (ne L’idiota definisce il cattolicesimo come “peggiore dell’ateismo” stesso), critica Cavour per il modo in cui ha unito l’Italia (pur riconoscendogli doti diplomatiche) e prende posizione contro il lassismo giudiziario, polemizzando contro i progressisti che, dando la colpa di ogni violenza individuale all’ambiente sociale, chiedevano pene meno severe per gli assassini. Attacca il darwinismo sociale, il materialismo storico e il nascente superomismo (Thomas Carlyle, che ispirerà Nietzsche) già attaccato in Delitto e castigo nella figura del protagonista Raskol’nikov, omicida per un presunto bene superiore, oltre che per l’appunto le sentenze lievi o assolutorie nei confronti delle violenze famigliari sui bambini.[19] L’autore esorta a non assolvere il peccato assieme al peccatore, mantenendo pene severe per i reati gravi, pur dichiarandosi sempre contrario alla pena di morte e pietoso verso le condizioni carcerarie:

«Giungeremo a poco a poco alla conclusione che i delitti non esistono affatto, e di tutto ha colpa l’ambiente. Giungeremo, seguendo il filo del ragionamento, a considerare il delitto persino come un dovere, come una nobile protesta contro l’ambiente… insomma …la dottrina dell’ambiente porta l’uomo a una piena spersonalizzazione, al suo pieno affrancamento da ogni dovere morale personale, da ogni indipendenza, lo porta alla più schifosa schiavitù immaginabile.»

(Diario di uno scrittore[20])

«Ci sono nella vita degli uomini dei momenti storici, in cui una scelleratezza evidente, sfacciata, volgarissima può venir considerata nient’altro che grandezza d’animo, nient’altro che nobile coraggio dell’umanità che si libera dalle catene.»

(Diario di uno scrittore[21])

«Pietà quanta se ne vuole, ma non lodate le cattive azioni: date loro il nome di male.»

(Dostoevskij inedito. Quaderni e taccuini 1860-1881)

Lo scrittore si caratterizza per la sua abilità nel delineare i caratteri morali dei personaggi che appaiono nei suoi romanzi, tra i quali spesso figurano i cosiddetti ribelli, che contrastano con i conservatori dei saldi principi della fede e della tradizione russa. I suoi romanzi sono definibili “policentrici”, proprio perché spesso non è dato identificare un vero e proprio protagonista, ma si tratta di identità morali incarnate in figure che si scontrano su una sorta di palcoscenico dell’anima: l’isolamento e l’aberrazione sociale contro le ipocrisie delle convenzioni imposte dalla vita comunitaria (Memorie dal sottosuolo), la supposta sanità mentale contro la malattia (L’idiota), il socialismo contro lo zarismo (I demoni), la fede contro l’ateismo (I fratelli Karamazov).

Fotografia di Dostoevskij.

Nelle opere di Dostoevskij, come nella sua esistenza, la brama di vivere si scontra con una realtà di sofferenza e si coniuga con una incessante ricerca della verità; egli scrisse: «Nonostante tutte le perdite e le privazioni che ho subito, io amo ardentemente la vita, amo la vita per la vita e, davvero, è come se tuttora io mi accingessi in ogni istante a dar inizio alla mia vita […] e non riesco tuttora assolutamente a discernere se io mi stia avvicinando a terminare la mia vita o se sia appena sul punto di cominciarla: ecco il tratto fondamentale del mio carattere; ed anche, forse, della realtà.»[22].

L’autore, nei suoi romanzi a differenza che negli articoli e nei saggi, cerca di non lasciar mai trasparire un proprio giudizio definitivo sui personaggi, non giudicarli direttamente, ed è questa una sua peculiarità, che ne pose il pensiero in vivace antagonismo con quello dell’altrettanto contraddittorio Lev Tolstoj. Inoltre, anche Dostoevskij – proprio come Tolstoj, pur se per vie diverse – visse un confronto continuo ed al tempo stesso un rapporto tormentoso e quasi personale con la figura di Cristo, a cui si sentiva tanto legato da affermare:

«Sono un figlio del secolo del dubbio e della miscredenza e so che fin nella tomba continuerò ad arrovellarmi se Dio sia. Eppure se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità.[23]»

In Dostoevskij il “sottosuolo” dell’anima è qualcosa di spaventoso che coincide con l’assolutezza del male. Scrive Giuseppe Gallo: “Sul piano dei contenuti, Dostoevskij traccia la prima implacabile anamnesi della crisi dell’uomo contemporaneo, lacerato da pulsioni contraddittorie e insanabili, privo di certezze e punti di riferimento solidi cui uniformare il proprio comportamento morale. A derivarne è una presa di distanza radicale dal razionalismo illuminista e positivista, alla cui pretesa di ricondurre le leggi della natura all’ordine della ragione lo scrittore contrappone la forza della volontà che non ammette limitazioni”[24].

Dalla lettura di romanzi come quelli libertini del marchese de Sade[25] egli rileva la propensione al sadismo (Sigmund Freud descriverà il grande scrittore come un masochista con tendenze minori sadiche, spesso rivolte però contro sé stesso) e alla sopraffazione del forte sul debole presente nell’umanità (raffigurata poi in diversi personaggi, come il Principe di Umiliati e Offesi, Svidrigajlov di Delitto e castigo e Stavrogin de I demoni, immorali e corrotti, ma destinati poi alla crisi personale e al suicidio), e si convince che solo la fede cristiana possa attenuarla: «una volta ripudiato Cristo, l’intelletto umano può giungere a risultati stupefacenti» poiché «vivere senza Dio è un rompicapo e un tormento. L’uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti ad un idolo. Siamo tutti idolatri, non atei». Ne I fratelli Karamazov uno dei personaggi, il tormentato Ivàn Karamazov, pronuncia – in un dialogo col fratello Alëša che ha intrapreso la carriera religiosa – la celebre frase:

«Se Dio non esiste, tutto è permesso.»

(I fratelli Karamazov, libro V “Pro e contro”)

Dostoevskij è definito “artista del caos” perché i suoi personaggi hanno sempre il carattere dell’eccezionalità e permettono di avanzare in concreto quei problemi (conflitto tra purezza e peccato, tra abbrutimento e bellezza, tra caos – appunto – e senso della vita) che la filosofia discute attraverso termini di puro concetto; sono concetti che Dostoevskij incarna nei personaggi dei propri romanzi: quindi si comprende perché il grande scrittore russo sia reputato a tutti gli effetti non solo un autore di letteratura, ma anche un autore di filosofia contemporanea. In merito ai suoi personaggi, lo stesso Dostoevskij scrive nel Diario di uno scrittore: «Non sapete che moltissime persone sono malate appunto della loro salute, cioè di una smisurata sicurezza della propria normalità, e perciò stesso contagiate da una terribile presunzione, da una incosciente autoammirazione che talvolta arriva addirittura all’infallibilità? […] Questi uomini pieni di salute non sono così sani come credono, ma, al contrario, sono molto malati e debbono curarsi.» dando così risposta a chi lo accusava d’essere interessato a soggetti con manifestazioni morbose della volontà.

Opere

Dostoevskij scrisse quattordici romanzi e venti racconti. Sono qui indicati i titoli italiani più comuni. Per una bibliografia approfondita delle traduzioni e della critica si veda la voce Bibliografia su Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Romanzi

Tra parentesi il titolo originale e la traslitterazione.

Racconti

Raccolte di saggi

 

Frasi

Fëdor Dostoevskij è considerato, insieme a Tolstoj, uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi di tutti i tempi. A lui è intitolato il cratere Dostoevskij sulla superficie di Mercurio.

— “Sei una scimmia; annuisci solo per conquistarmi. Taci; non capiresti nulla. Se non c’è Dio, io sono Dio”.

— “Chi insegnerà che tutti sono buoni, colui compirà il mondo”. Stavrogin: “Colui che lo ha insegnato è stato crocefisso”. “Egli verrà e il suo nome sarà uomo-Dio”. “Dio-uomo?”“

—“Uomo-Dio, in questo sta la differenza”. “Approva lo spionaggio. Ogni membro della società vigila l’altro ed è obbligato alla delazione. Ognuno appartiene a tutti e tutti appartengono a ognuno. Tutti sono schiavi e nella schiavitù sono uguali. Nei casi estremi, c’è la calunnia e l’omicidio, ma l’essenziale è l’uguaglianza. Come prima cosa si abbassa il livello delle scienze e degli ingegni. Si può raggiungere un alto livello delle scienze e degli ingegni solo con doti superiori, e non ci devono essere doti superiori! Gli uomini di doti superiori si sono sempre impadroniti del potere e sono stati dei despoti. Gli uomini di doti superiori non possono non essere despoti e hanno sempre fatto più male che bene, perciò vengono scacciati e giustiziati. A Cicerone si taglia la lingua, a Copernico si cavano gli occhi, Shakespeare viene lapidato, ecco lo šigalëvismo! Gli schiavi devono essere uguali: senza dispotismo non c’è ancora stata né libertà né uguaglianza, ma nel gregge deve esserci uguaglianza, questo è lo šigalëvismo! Ah, ah, ah, vi sembra strano? Io sono per lo šigalëvismo!“

—“Vivere senza Dio è un rompicapo e un tormento. L’uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti ad un idolo”.

—“Per tutta la vita non mi sono neppure potuto figurare un altro genere d’amore, e sono arrivato adesso al punto di pensare talvolta che l’amore consista proprio nel diritto spontaneamente concesso dall’oggetto amato di tiranneggiarlo. Nelle mie fantasie del sottosuolo non mi sono mai figurato l’amore se non come una lotta, che facevo cominciare sempre dall’odio e finire con l’asservimento morale”.

—“Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?”

 —“Quali terribili sofferenze mi è costata – e mi costa tuttora – questa sete di credere, che tanto più fortemente si fa sentire nella mia anima quanto più forti mi appaiono gli argomenti ad essa contrari! Ciò nonostante Iddio mi manda talora degl’istanti in cui mi sento perfettamente sereno; in quegl’istanti io scopro di amare e di essere amato dagli altri, e appunto in quegl’istanti io ho concepito un simbolo della fede, un Credo, in cui tutto per me è chiaro e santo. Questo Credo è molto semplice, e suona così: credete che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità”.

“È una cosa lunga, Avdot’ja Romànovna. Si tratta… come posso spiegarvelo?…  Si tratta di una specie di teoria, secondo la quale io ritengo, per esempio, che un delitto sia lecito, se lo scopo essenziale è buono. Una sola cattiveria e cento buone azioni! Naturalmente, per un giovane con molti meriti e con un amor proprio smisurato è anche spiacevole sapere che, per esempio, se avesse solo tremila rubli, tutta la sua carriera, tutto il suo avvenire e lo scopo della sua vita assumerebbero un aspetto diverso; e intanto quei tremila rubli non ci sono. Ag-giungete, poi, l’esasperazione provocata dalla fame, da un’abi-tazione angusta, dagli stracci, dalla chiara consapevolezza della sua bella posizione sociale e anche di quella della sorella e della madre. Ma soprattutto la vanità, l’orgoglio e la vanità, accompagnati magari, lo sa Iddio, da inclinazioni buone…. Io non lo accuso, non pensatelo nemmeno, vi prego; e poi, non è affare mio. C’entrava anche una sua teoria personale, una teoria così e così, secondo la quale gli uomini si dividono in mate¬riale grezzo e individui speciali, cioè individui per i quali, data la loro posizione elevata, la legge non vale; anzi, sono loro che fanno le leggi per gli altri uomini, per il materiale, per la spazzatura. Non c’è male, una teoria così e così: une thèorie comme une autre. Napoleone lo ha terribilmente affascinato; cioè, con più precisione, lo ha affascinato l’idea che moltissimi uomini geniali non abbiano badato a una cattiveria singola e siano passati oltre, senza stare a pensarci. A quanto sembra, si è immaginato di essere anche lui un uomo geniale, ossia ne è stato convinto per un certo tempo. Ha sofferto molto e soffre ancora, pensando che ha saputo formulare la teoria, ma che non è riuscito a passare oltre senza stare a pensarci, e che, quindi, non è un uomo geniale. […] oggi tutte le cose si sono arruf¬fate; del resto, non sono mai state molto in ordine. I russi, in generale, hanno una mentalità molto larga, Avdot’ja Romà-novna, larga come il loro paese, e sono molto inclini alle fantasti¬cherie, al disordine; però, è un guaio avere una mentalità larga senza essere particolarmente geniali”.

 —“Egli nega, questo mite Idiota, tutta la vita, tutti i pensieri e i sentimenti, tutto il mondo e la realtà degl’altri. Per lui la verità è una cosa tutta diversa che per loro. La loro realtà, per lui, è come un’ombra. Il fatto di vedere e di pretendere una realtà assolutamente nuova fa di lui un loro nemico. Egli una o più volte si è trovato sulla magica soglia ove si accetta ogni cosa, dove non solo è vero ogni pensiero remoto, ma anche il suo contrario. La sua innocenza è tutt’altro che innocua, e a ragione gl’altri ne hanno terrore. Non che infranga le tavole della legge, ma le gira solo dall’altra parte e ci mostra che sul retro è scritto il contrario”.

— “La vita è dolore, la vita è paura e l’uomo è infelice. Ora tutto è dolore e paura. Ora l’uomo ama la vita, perché ama il dolore e la vita. E così hanno fatto. La vita si concede oggi in cambio di dolore e paura, e qui sta l’inganno. Oggi l’uomo non è ancora quell’uomo. Vi sarà l’uomo nuovo, felice, superbo. Colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo. Colui che vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più”. Grigoreiev: “Quindi l’altro Dio esiste secondo voi?” “Non c’è, ma c’è. Nella pietra non c’è dolore, ma nella paura della pietra c’è dolore. Dio è il dolore della paura della morte. Chi vincerà il dolore e la paura, quello diventerà Dio. Allora ci sarà una nuova vita, allora ci sarà un uomo nuovo, tutto sarà nuovo… Allora divideranno la storia in due parti: dalla scimmia fino alla distruzione di Dio, e dalla distruzione di Dio fino…”.

—“E poi pensate soltanto a questo: predicano, dacché mondo è mondo, e che cosa hanno insegnato di buono per rendere il mondo più bello e più gaio e pieno di gioia? Per me, non hanno virtù, e neanche la cercano: tutti vanno alla perdizione, e se ne vantano, invece di rivolgersi all’unica Verità; ma vivere senza Dio non è che una tortura. E si finisce col maledire la stessa luce che c’illumina senza rendersene conto. L’uomo non può vivere senza inchinarsi dinanzi a qualcosa; un uomo simile non sopporterebbe se stesso e nessuno lo sopporterebbe. E chi nega Iddio, finirà coll’inchinarsi dinanzi a un idolo di legno o d’oro, o magari a un idolo astratto. Sono idolatri, non atei: ecco come bisogna definirli”.

—“Adesso, adesso, tacete, non dite niente; fermatevi….   voglio guardarvi negli occhi…. State fermo così, vi voglio guardare. Dico addio a un Uomo”.

—“Dove mai ho letto che un condannato a morte, un’ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto i due piedi, – avendo intorno a sé dei precipizi, l’oceano, la tenebra eterna, un’eterna solitudine e una eterna tempesta –, e rimanersene così, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d’anni, l’eternità –, anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!… Quale verità! Dio, che verità! È un vigliacco l’uomo!… Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco.“

 — “Non vuole confessare che il suo destino è di fare del bene! Oh, che caratteri meschini! Anche se amano, è come se odiassero. Oh, come… come li odio tutti!”

—“Ah! È la forma che non va, la forma non è abbastanza estetica! Ebbene, io non capisco assolutamente: perché ammazzar la gente con le bombe, con un assedio in regola, sarebbe una maniera più rispettabile? La paura dell’estetica è il primo indizio dell’impotenza!…“

—“Eccoli gli uomini: vanno avanti e indietro per la strada: ognuno è un mascalzone e un delinquente per natura, un idiota. Ma se sapessero che io sono un omicida e ora cercassi di evitare la prigione, si infiammerebbero tutti di nobile sdegno”.

—“Il poeta, quando è rapito dall’ispirazione, intuisce Dio”,

 —“L’epoca attuale, l’epoca attuale è il tempo della mediocrità aurea e dell’insensibilità, della passione per l’ignoranza, della pigrizia, dell’incapacità al lavoro e dell’aspirazione a trovar tutto già bell’e pronto. Nessuno pensa; di rado si trova qualcuno che concepisca un’idea”.

—“Dio vi perdonerà l’assenza di fede perché onorate lo Spirito Santo pur ignorandolo”.

—“… non ardono soltanto i tetti, ma anche i cervelli… (Von Lembke sull’incendio dell’Oltrefiume appiccato dalla cinquina rivoluzionaria di Verchovènskij)”.