3. OTTAVA LETTERA – LA GEENNA (III parte)

“La colonna e il fondamento della Verità”

Pavel Aleksandrovic Florenskij

Foto di P. A. Florenskij negli anni dell’estrema Siberia

Quali, dunque, le condizioni impensabili della pensabilità? Prima di rispondere dobbiamo stabilire che non possiamo cecare una soluzione sul piano del moralismo e del legalismo di qualsiasi specie (dove spesso la si va a cercare), e che i nostri sguardi devono alzarsi al piano dell’ontologia. Le nostre categorie non saranno “il legale” e “il giusto”, ma invece “il necessario” e il “dunque”. Cerchiamo ora una definizione formalmente più precisa.

La persona creata da Dio (quindi santa e questo senso la persona è il suo carattere, retta nel suo nucleo più intimo) possiede una volontà libera creatrice che si manifesta quale sistema di atti, cioè come carattere del suo agire quotidiano.

Ma la creatura di Dio è una persona e deve essere salvata, mentre il carattere malvagio è proprio ciò che impedisce alla persona di salvarsi. Risulta perciò chiaro che la salvezza richiede una divisione tra persona e carattere, una distinzione di questo da quella. L’uno deve diventare diverso, ma in che modo?  Come in Dio, il ternario è uno. L’io uno per essenza, si scinde, resta Io e allo stesso tempo cessa di essere Io. Psicologicamente questo significa che la volontà cattiva dell’uomo, visibile nelle passioni e nella superbia del carattere, si separa dall’uomo stesso, acquistando una posizione autonoma e sostanziale nell’essere e allo stesso tempo è un assoluto “niente” “per l’altro”, che è nella modalità del “Tu”, cioè è la sintesi piena del “Io” con il “Tu” della persona stessa. L’“in sé”, essenzialmente santo della persona (nell’essere immagine e somoglianza di Dio = “Lui”) si separa da essa “per sé” per abbracciare il modo diessere “egoistico”) cioè malvagio.

I singoli momenti dell’essere assumono un significato autonomo separandosi l’uno dall’altro: il mio “per sé” (in quanto malvagio) si allontana dal mio “in sé” e precipita nella tenebra “esteriore” a Dio (che esiste fuori e lontano da Dio), nel luogo metafisico dove non c’è Dio. La Trinità è Luce d’Amore e in questo è Essere; fuori di Lui c’è la tenebra dell’odio e quindi l’estrema distruzione. “La Trinità è il regno incrollabile dell’Amore”, il Fondamento di ogni saldezza.

La negazione della Santissima Trinità, il voltarle le spalle, l’allontanarsi da Lei, priva l’aseità, (il mio “per sé) della stabilità e la getta in balìa di un roteare vorticoso su se stessa. Perché la geenna è la negazione di Dio, cioè del dogma della Trinità. Non a caso la negazione della natura triadica, del simbolo “tre”, sta alla base della magia nera. Ho sentito dire che, domandandogli il confessore in quale modo operasse gli incantesimi, lo stregone confessò di ripetere semplicemente la formula: “Tre non è tre, nove non è nove”.

Il senso di questo scongiuro blasfemo è chiaro: tre è il numero sacro della Verità, della Trinità e nove è la stessa triade “potenziata”, ancora una volta quindi il numero della verità. Della Trinità la Magia nera nega la triadicità, del nove la enneadicità; in ambedue i casi si nega la natura numerica loro propria che ne fa i numeri della Verità. Con la formula “Tre non è tre e nove non è nove” si compie un vano tentativo di rovesciare “la colonna della Verità” e di erigere “la colonna della malizia nemica di Dio”. La menzogna è affermata proprio in quanto menzogna, il male in quanto male, la Deformità in quanto deformità, e questo è Satana. Perché l’essenza del male sta nel rigettare la verità in sé. Essa sta nella “tenebra esteriore” dove viene gettato il mio “per sé” cioè il mio pretendere di fare tutto da solo, per aver rifiutato con pertinacia che “tre non è tre, nove non è nove”: il mio “voler essere a sé stante” staccato dall’Essere è allo stesso tempo essere e non essere. L’ “aseità  (= l’essere indipendente da Dio” malvagia, priva di ogni oggettività (perché la fonte dell’oggettività è la Luce Divina), diventa pura soggettività che eternamente esiste e conserva la propria libertà, ma solo “per sé”, e quindi una libertà irreale. Il mio “in sé”, dopo un misterioso e totale distacco da Dio, diventa pura oggettività eternamente reale, ma solo “per l’altro” visto che non si è rivelato “per sé” nell’aseità amante; essendo reale “per l’altro”, il mio “in sé” è eternamente reale, eternamente solo.

Il “per sé” malvagio e iroso è un’agonia sempiterna, un tentativo impotente e incessante di uscire dallo stato della nuda “aseità” (dal mero “per sé”) e quindi arde continuamente nel fuoco inestinguibile dell’odio. E’ uno degli aspetti dell’autoaffermazione della creatura malvagia, un quadro vivente, pietrificato nella sua illusorietà a-soggettiva, un’autoidentità vuota dell’“Io” che non sa uscire  dai confini dell’unico ed eterno momento del peccato, della sofferenza e dell’ossessionante avversione a Dio nata dalla sua impotenza, l’istante dell’epoché (incomprensibilità) insensata che si estende nell’eternità. E’ uno sforzo eterno che dimostra l’impotenza e l’incapacità di fare lo sforzo. L’epoché in terra ha ancora carattere creativo, ma l’epoché dell’oltretomba è assolutamente passiva. Al contrario il buono “in sé” è un oggetto eternamente bello, oggetto di contemplazione per l’altro, e “parte dall’altro” in quanto anche quest’altro è bene “in sé” e quindi è in grado di contemplare il bene altrui. Infatti colui che ama trasforma in se stesso tutto ciò che ama, mentre chi odia perde anche quello che possiede. L’amato appartiene all’amante, ma colui che odia non appartiene nemmeno a se stesso: “Chi avrà amato la propria vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà”.

Quanto abbiamo detto non è altro che la traduzione della “parabola dei talenti”. Il “talento” è la creatività spirituale della propria personalità, “l’immagine di Dio, che Dio ha dato a ciascun uomo. Lo sforzo che si aggiunge al capitale lo fa crescere e lo stesso vale per l’immagine di Dio. L’aumento del capitale dipende dalla misura dell’attività di chi lo detiene e perciò non avrebbe senso darlo in mano a chi non lo adoperi. Lo stesso vale per la crescita dell’anima; il tipo di crescita è prettamente personale e di conseguenza ad ognuno viene dato il capitale spirituale appropriato.