3. OTTAVA LETTERA – LA GEENNA (IV parte)

OTTAVA LETTERA – LA GEENNA (IV parte)

“La colonna e il fondamento della Verità”

Pavel Aleksandrovic Florenskij

 

         Ciascuno riceve da Dio i suoi talenti, a seconda della capacità di rivelare con l’esempio di vita l’immagine di Dio, conformemente al suo “tipo” di crescita e maturazioni spirituali. Uno riceve un talento, un altro due, un terzo cinque, “ciascuno secondo le sue forze, e Dio con i suoi doni non vuole forzare l’uomo per non caricarlo di “pesi per lui troppo gravi e insopportabili”.

         Chi ricevette cinque talenti ne acquistò altri cinque, chi ricevette due ne acquistò altri due. Ma qual è il senso di queste parole: se il talento è l’immagine di Dio, come può con i suoi sforzi, con la sua creatività, aggiungere a se stesso un’essenza deiforme e addirittura raddoppiare la propria immagine di Dio? Si intende che l’uomo non può crearla ma soltanto impossessarsene, come la forza vitale dell’organismo non crea il proprio cibo ma lo assimila soltanto. L’uomo non suscita l’aumento in statura della propria personalità, egli non possiede questa energia, ma l’assimila accogliendo in se stesso le immagini di Dio che sono nelle altre persone.

L’amore è l’energia con cui ciascuno arricchisce e fa “crescere” se stesso, assimilando in sé l’altro. In che modo? Dando se stesso. L’uomo riceve nella misura in cui si dà e quando nell’amore si dà completamente, riceve ancora se stesso fondato, rinfrancato, approfondito nell’altro, cioè raddoppia il proprio essere. Così colui che ebbe cinque talenti ne acquistò altrettanti, e chi due ne acquistò né più né meno che due. Questo raddoppiamento di se stessi è “la fedeltà nel poco” (fosti fedele nel poco), che è stato dato a ciascuno, nella cellula, così chiamata perché parte di un organismo vivo, della Gerusalemme Celeste affidata alla sua custodia. Non il solo gaudio personale attende “il servo buono e fedele”; questa gioia grande e illimitata sarebbe una goccia piccola e insignificante a confronto dell’infinito oceano di gioia spirituale preparata al servo fedele “dalla profondità della ricchezza e della sapienza e della scienza di Dio”.

Lo attendono le parole: “Prendi parte alla gioia del tuo Signore”, cioè la comunione alla beatitudine divina, al gaudio trinitario per la perfezione di tutta la creatura di Dio, l’ebbrezza della pace del Signore da Lui goduta dopo aver compiuto l’opera generosa della creazione del mondo.

         Ma la gioia è accessibile soltanto a chi ha in sé la coscienza della persona, al servo meritevole, magari nel poco, ma fedele. Chi non ha fondato la propria persona e non ha elaborato ciò che gli è stato dato, rimarrà accecato nella luce radiosa di Dio triipostatico, soffocherà nel profumo dell’incenso celeste, sarà assordato dalle dossologie angeliche, non reggerà alla faccia di Dio, si allontanerà dall’Altissimo, respingendone i doni immortali.

E’ il servo della parabola, che ha ricevuto un talento e non lo ha messo a profitto, che con la sua opera non ha aggiunto nulla a ciò che aveva ricevuto. Questo servo dice: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco, prendi quello che ti appartiene”. In queste parole risuona verso il Signore Buono l’odio proprio del servo che con cattiveria e superbia restituisce il dono prezioso. Egli vuole essere “autonomo, tutto per sé”. Allora il Signore, facendo la volontà, pur

malvagia, ma per la misericordia di Dio comunque libera, del “servo malvagio e infingardo”, ordina di togliergli il talento, da lui già respinto, e di consegnarlo a chi ne ha già dieci, “poiché a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. A chi sia pigro nel lavoro spirituale e con malizia voglia assicurarsi la possibilità legale di non lavorare, celando a se stesso l’immagine di Dio e che, interrogato, si affretti superbamente a disfarsene, a lui si toglie quello che ha rifiutato. Ma il Signore non castiga tutte le creature togliendo il dono conferito, a causa del peccato di chi invece lo ha rifiutato.

L’immagine di Dio, una volta ricusata, cessa di esistere solo per chi la rifiuta. I giusti, entrati nella gioia del loro Signore, nella gioia per ogni immagine di Dio da Lui creata, trovano e assimilano anche questo dono respinto di Dio; invece il servo inetto è escluso dalla gioia del suo Signore, viene cioè a trovarsi fuori da questa gioia, nella tenebra che è fuori di Dio, “fuori nelle tenebre” (Mt 25, 30).

La libertà dell’Io sta nella libera creatività del contenuto della propria esperienza; il libero Io ha coscienza di sé come sostanza creatrice dei propri stati d’animo e non soltanto come loro soggetto conoscitivo: si sente causa e non soltanto soggetto astratto di tutti le proprie qualità. La facoltà di percepire una serie di fatti che avvengono nel tempo dimostra che colui che giudica i fatti che attraversa la sua esperienza è al di sopra della pura esperienza stessa: l’Io può trascendere le condizioni dell’esperienza concreta e in ciò abbiamo la prova della sua natura superiore, non empirica, natura che è data come un fatto nell’esperienza vitale della propria creatività.

La santità è il rendersi conto di questa libertà all’interno dell’esperienza concreta, mentre il peccato è il chiudersi dentro, la schiavitù a se stessi. “Là dove è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”; dove si trova ciò che voi ritenete prezioso ci sarà anche la vostra autocoscienza, il vostro “per sé”. Se non ha messo il proprio tesoro nella propria autocreazione divina (nel crescere nella somiglianza con Dio), se invece di aggrapparsi alla sua immagine di Dio nel Cristo ha scelto il suo proprio contenuto   empirico e quindi il convenzionale, il limitato, il finito, e perciò il cieco si è altresì accecato, privandosi della propria libertà, ha asservito se stesso e quindi anticipato il Giudizio Tremendo.

Il “per sé” della persona si è rivolto alla servitù, all’autoaffermazione cieca dell’Io; “una tensione ottusa, tenebrosa e irresistibile” si è impadronita completamente della persona, e la sua energia creatrice, la sua immagine di Dio, non le sono più necessarie, perché il “per sé” è precipitato dalla sfera dell’aseità, della libertà transempirica, nel fango della schiavitù empirica. Da qui deriva l’epoché quale impossibilità di uscire dall’empiria. Quanto più l’Io si sforza di soddisfare la propria cieca brama, la propria passione insensata che afferma se stessa come infinito, tanto più si accende la sua sete interiore e più rabbiosa cresce l’ira superba.

L’Io è dato a se stesso soltanto in forma empirica, cieca, limitata e perciò la sua brama di soddisfare con il finito la propria esigenza infinita è in sostanza assurda. Il Corano riferisce un detto attribuito a Gesù Cristo; lo riporto qui perché esprime bene il pensiero, anche se l’attribuzione è molto dubbia: “Chi si sforza di diventare ricco è simile a chi beve l’acqua del mare: quanto più beve tanto più cresce il lui la sete e non cesserà di bere finché non perisce”. Lo stesso vale di ogni bramosia che prende il posto del Fondamento della Verità; l’ideale, cioè l’esigenza dell’infinito, quando è proiettato nel finito, crea l’idolo il quale rovina l’anima scindendo l’“aseità” umana dalla sua autocoscienza e quindi privando l’uomo della libertà.