3. OTTAVA LETTERA – LA GEENNA (V parte)

OTTAVA LETTERA – LA GEENNA (V parte)

“La colonna e il fondamento della Verità”

Pavel Aleksandrovic Florenskij  

         La separazione definitiva, ultima e irrepetibile sarà il giudizio universale con l’avvento dello Spirito, quando tutto ciò che non ha messo il proprio tesoro in Lui sarà privato del proprio cuore, poiché per questo cuore non c’è posto nell’essere; tutto ciò che non è da Dio, che “non si cura di arricchire davanti a Dio”, è destinato a diventare preda della “morte seconda” (Ap 2, 11).

         In tale separazione la libertà e l’immagine di Dio non vengono distrutte, ma soltanto disgiunte. Però il carattere malvagio, che manca assolutamente del momento “Tu” per nessuno colui per il quale nessuno è “Tu”: anzi è pura parvenza, esiste soltanto per sé e il suo simbolo può essere il serpente che si morde la coda. Elena P. Blavatskaja chiamava le “anime” dello spiritismo con il nome significativo di “gusci”, ciò che corrisponde al termine occultistico di “imagines”. Non voglio discutere il nesso tra la imago dell’uomo e il suo nudo “per sé”; in ogni caso il termine “guscio” è molto appropriato al “per sé”. Difatti quest’ultimo e la “pelle” vuota, senza carne, della persona, è lo spettro, la imago, priva di sostanzialità. Parlo evidentemente del caso limite dell’ossessione totale, mentre in genere questo processo di separazione è parziale e colpisce solo la parte dell’anima minata e afflitta dal peccato.

         La soluzione qui proposta si basa in sostanza sulla distinzione nella persona tra “l’immagine di Dio” e “la somiglianza di Dio” ed è stata esposta in maniera a tutti comprensibile da uno schiavo siriano. Lord Redstock, il noto missionario protestante, raccontava in una conversazione a Mosca nel 1877: “Ricordo di aver incontrato una volta in Siria i tre più anziani di un villaggio che all’ombra delle palme discutevano di sera sulla infinità della giustizia e della misericordia di Dio. Dicevano: “Come si spiega? Se Dio è misericordioso perdona al peccatore tutti i peccati; se è giusto lo punisce senza pietà. Allora si avvicinò uno schiavo e chiese il permesso di esprimere il suo parere: “Credo”, disse, “che Dio per la sua giustizia punirà e annienterà il peccato e per la sua misericordia perdonerà il peccatore”.

         Il processo misterioso del giudizio di Dio è separazione, divisione, scelta, e questo è anzitutto il sacramento. Nessun sacramento trasforma il peccato in non peccato, perché Dio non giustifica l’ingiustizia. Il sacramento amputa la parte peccatrice dell’anima e per chi lo riceve rende il male oggettivamente nullo (coperto) e soggettivamente chiuso in se stesso, diretto contro se stesso, come un Serpente che si morda la coda, come il Diavolo rappresentato nelle antiche raffigurazioni del Giudizio Universale. Il peccato viene separato dal peccatore, viene ridotto ad un atto autonomo, e ravvolto su se stesso; la sua azioni, in tutto ciò che è esterno, equivale allora allo zero assoluto. Nel sacramento della penitenza diventano per noi reali le parole del salmo: “Quanto dista l’oriente dall’occidente, fa’ allontanare da noi le nostre colpe. Tutte le energie del peccato amputato dalla penitenza si ravvolgono su se stesse. Perciò i santi Padri più di una volta notarono che segno dell’efficacia del sacramento della penitenza è l’eliminazione dell’attrattiva del peccato perdonato: con il sacramento “le cose interiori sono distrutte” e il termine significa propriamente pulisco, cancello, gratto via.

         Ogni caduta nel peccato imprime un certo sigillo sull’anima dell’uomo, influisce in un modo o in un altro sulla sua “struttura”, scrive un maestro d’ascetica: “L somma delle azioni peccaminose costituisce così una specie di passato dell’uomo che influisce sulla sua condotta presente e lo trascina a questa o a quell’azione. La svolta misteriosa e libera sta proprio nel fatto che in un certo senso il filo della vita umana si spezza e il passato peccaminoso che si è andato costituendo perde la sua forza determinante, viene quasi rigettato dall’anima e diventa estraneo all’uomo.

Il peccato non è dimenticato e non è che non sia più imputato all’uomo in base a qualche causa estranea all’uomo stesso; nel pieno significato del termine, il passato viene allontanato dall’uomo, distrutto in lui, e cessa di essere parte del suo contenuto interiore per inserirsi nel passato ormai trascorso e cancellato dalla grazia al momento della svolta. In tal modo il passato non ha nulla in comune con il presente dell’uomo”.

         Attingendo alla mia esperienza personale, racconterò un episodio di questo giudizio. Un peccato mi pesava sull’anima. Tra pene indicibili mi alzavo, mi buttavo di nuovo in ginocchio, e quasi impazzivo per la spina che mi tormentava. Nella notte profonda e sorda pregai per almeno due ore di seguito, ma il terrore e la disperazione, fu come un’anticipazione del Giudizio Universale. Sapevo che dovevo confessare il mio peccato davanti a te, ma sapevo anche che confessarlo non significava semplicemente pronunciare una parola, ma strappare da me un pezzo del mio essere. Coscientemente o incoscientemente non lo so, aprii per caso il mio piccolo Vangelo. Tu conosci il passo che mi capitò sotto gli occhi. Se una voce fosse venuta dal cielo non avrebbe potuto rispondere in maniera più precisa alle mie esitazioni. Come una spada mi colpì, d’un colpo solo compì la terribile operazione e allora io gli dissi tutto. Tu ricordi bene la gioia e la pace che riempirono la mia anima.

         Ecco cosa mi scrive un vecchio starec, monaco da sessantacinque anni.

“Accade molto tempo fa quando avevo trentun anni. Ero appena entrato nell’ordine monastico, avevo ricevuto il diaconato e quando dovevo celebrare, prima mi dovevo preparare. Alte mi dicevo: “Devo confessarmi. Non posso accostarmi così alla comunione”. La mia cella era accanto a quella del mio confessore: esco dalla cella, mi avvicino alla stanza del mio confessore, mi fermo e un pensiero mi dice: “Non correre, non andarci, no disturbarlo, non è quaresima”. Resto per un po’ impalato davanti alla porta, e poi mi allontano. “No, non occorre; torno nella mia cella”. La coscienza mi dice: “Che cosa fai? Come farai a celebrare? Va’, confessati”.  Mi avvicino di nuovo alla porta del confessore e il pensiero mi ripete: “Non occorre, non andarci, non sta bene”. Mi fermo di nuovo, mi allontano e la coscienza insiste: “Come farai ad accostarti alla comunione?”. Dopo una lunga lotta infine mi decisi di pronunciare una preghiera ed entrare… Nell’uscire mi sentii come se mi avessi tolta di dosso una pelliccia pesantissima, sentii che potevo quasi volare tanto ero leggero, tanto il mio cuore balzava dalla pienezza di un lievità inesplicabile; non ci sono parole per esprimerlo. Questa è la forza del sacramento della penitenza…”.