Mario Albertini – LA MESSA PER LA VITA

Mario Albertini

La messa

per la vita

NEL NOME…

         La formula con la quale ha inizio la santa Messa, e che spesso ripetiamo nelle nostre preghiere, è tratta dal vangelo; Gesù prima di salire al cielo invia i suoi apostoli con queste parole: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,12).

         L’abitudine forse ci fa ripetere meccanicamente queste parole, e invece dovrebbero essere professione cosciente della fede nella verità più sublime che Gesù ha rivelato, per una vita di unione con le Tre Persone divine.

1.

        Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.

        Il pensiero umano si è sforzato di capire cos’è, chi è l’Essere Supremo, chi è Dio, e molte cose profonde sono state dette, ma tutte insufficienti, perché “è più facile dire cosa egli non è, che dire cosa è. Pensa al creato che ammiri: Dio non è questo; pensa alla luce e alle energie inesplorate dell’universo: Dio non è questo; pensa anche agli angeli, ad esseri misteriosi e potenti: Dio non è questo”(sant’Agostino).

        Certamente, ed è giusto, noi desideriamo comprendere un po’ di più il mistero di Dio, ma anche chi è capace di tante e profonde riflessioni sarebbe sempre al di sotto della realtà, perché Lui è infinito e noi siamo così piccoli.

         Ma quello che l’uomo non sa dire di Dio, lo può dire Lui stesso. La grande rivelazione di Gesù è questa: Dio, l’unico Dio, non è splendido isolamento ma è relazione interpersonale, è Amore reciproco, è comunità piena di vita e di gioia, è un mistero di amore, di comunione, Dio è unico, sì, ma in Tre Persone.

       Misterioso è Dio, ma Gesù rivela che si tratta di un mistero di tenerezza infinita che viene effusa su di noi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Incomprensibile alla nostra mente, ma riconosciuto dal nostro cuore: “Ama, e lo sentirai vicino” scrive con la consueta efficacia sant’Agostino. Quindi giusto e doveroso cercare di capire, ma soprattutto affidarsi alla parola di Gesù.

       Mistero di comunione, quello di Dio; e in questa comunione sono stato introdotto anch’io: “La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo (1Gv 1,3).

        Da quando sono stato battezzato “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” tutta la mia vita è in rapporto con le Tre Persone divine. Ogni volta che faccio il segno della Croce, un gesto che rinnova la fede nella redenzione per la passione e morte di Gesù, nuovamente accolgo con le parole il dono della comunione divina. E dicendo “nel nome” compio un atto di fede con la speranza di giungere alla piena conoscenza di Dio amore verità e vita, e insieme esprimo un movimento interiore verso le Tre Persone e dentro le loro relazioni:

        Il Padre, oso chiamarlo Padre perché mi ha reso suo Figlio;

        Il Figlio che si è fatto uomo, Gesù Cristo, lo so mio amico e fratello, punto di riferimento per tutto il mio operare;

        e lo Spirito Santo è l’amore di Dio riversato nel mio cuore (cf. Rm 5,5).

        La Trinità non è dunque un oggetto fuori di me; le tre Persone divine sono inserite nella mia vita, e la mia sublime vocazione è vivere in comunione di amore con Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, per ora nell’oscurità della fede ma poi nello splendore della visione eterna.

3.

          Tutto questo trova la migliore espressione nella santa Messa. Non per niente questa inizia con la formula trinitaria, che di solito viene richiamata anche dal saluto che il sacerdote celebrante rivolge all’assemblea: “La grazia del Signore nostro Gesù cristo, l’amore di Dio Padre, e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi” (saluto ripreso da ( 2Cor 13,13).

           E si conclude, la Messa, con la benedizione che ancora una volta riprende la formula: “Vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo”.

           La celebrazione eucaristica è quindi tutta racchiusa nell’atto di fede nel mistero di Dio. La maggior parte delle preghiere che ne fanno parte sono rivolte al Padre, per Gesù Cristo suo Figlio, nell’unità dello Spirito Santo. E  trovo che esse sono riassunte nella stupenda dossologia (= espressione di lode) con cui termina la preghiera eucaristica: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te, Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria”.

        Il mio Amen! All’unisono con quello di tutta l’assemblea, con la quale ormai formo “un corpo solo e un’anima sola” (dalla liturgia), è un alla glorificazione delle Tre Persone, e un grazie perché comprendo che io sono qualcosa per loro, so che esse si occupano di me!

      Partecipare alla Messa è allora un rinnovato immergermi in questo mistero, così che la mia piccola e povera esistenza assume un valore che la trascende.

      Il grande fatto della vita cristiana, della mia vita, è il rapporto che c’è tra me, unito ai miei fratelli, e il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. E’ il dono della comunione, quel dono per il quale non sono più solo né lontano da Dio, ma sono chiamato a essere parte della comunione che lega tra loro le Persone divine, godendo di trovare in ogni luogo dei fratelli con i quali condivido l’immenso privilegio di questo rapporto con Dio.

       Come farò a conservare, coltivare, tradurre in atti questo valore nella mia giornata? E se è vero, com’è vero, che le Tre Persone si occupano di me, io mi occupo di loro?

       Lo posso e lo devo fare vivendo alla loro presenza nell’impegno quotidiano a costruire una fraternità che sia quasi la continuazione, la realizzazione sulla terra della comunione divina; impegno a formare quaggiù la famiglia di Dio.

***

SIGNORE, PIETA’!

     Un giorno, nella città di Cafarnao, due ciechi si misero a seguire Gesù gridando: “Figlio di Davide, abbi pietà di noi!”, ed egli li guarì dalla loro cecità (Mt 9,27ss). In altra circostanza, a Gerico, altri due ciechi, seduti a chiedere l’elemosina, si misero anche loro a gridare ripetutamente e sempre più forte a Gesù che passava per la strada dove essi stavano: Signore, abbi pietà di noi! , e anch’essi furono guariti (Mt 20,29).

       In questo grido sono presenti il riconoscimento che i ciechi hanno della propria situazione, e la fiducia nel Signore. E in questo diventano esemplari dell’atteggiamento che devo assumere per avere un contatto vero con Dio: sincerità su me stesso, e fiducia. Cioè sapere, capire, essere convinto che le mie sole forze non bastano, che da solo non arrivo a vedere Dio; ma allo stesso tempo essere certo che per la sua bontà Dio, che è luce e pienezza di vita, può e vuole comunicarmi un po’ di questa luce ed entrare in comunicazione con me.

        Sincerità e fiducia. Per suscitarle in me, posso partire da questo interrogativo: chi sono io, di fronte a Dio?

1.

        Anzitutto sono una creatura. Esisto perché un Altro vuole che io esista. Io non sono necessario; solo Dio è l’essere necessario e non può non esserci, è l’Assoluto, mentre tutto il resto, tutto quello che è creato, potrebbe non esserci.

        E’ vero che se mancasse una persona, o una stella, o un fiore, il mondo sarebbe diverso; però andrebbe avanti lo stesso. Nessuno di noi è necessario; c’è una dipendenza totale della creatura dal Creatore.

        E in quanto creatura, sono un essere debole, condizionato da tante cose, soggetto a tanti influssi sia nella vita fisica che in quella intellettuale e spirituale.

Sono una povera cosa.

         Capire questo è già un riconoscimento importante che porta ad assumere un atteggiamento interiore in umiltà, ma anche di stupore per il fatto che, se esisto, è perché sono oggetto di una scelta dell’Assoluto: esisto perché in questo momento Dio pensa a me, vuole che io esista.

       Ma questa riflessione, nel momento stesso che mi rende cosciente di essere una povera cosa, mi fa comprendere la mia dignità: sono creature, ma creatura di Dio. Il quale mi ha dotato di intelligenza e di libertà, così che so capire, pensare, ragionare, contemplare, e fare delle scelte che non dipendono da spinte istintive. Nessun’altra creatura visibile ha una grandezza pari a quella umana.

2.

      Sono una creatura non solo voluta, ma amata da Dio che, mediante il battesimo e per la fede, mi ha dato anche una dignità soprannaturale: la dignità di figlio suo.

     Se guardo alla mia storia personale, vedo come questa dignità è cresciuta, nonostante tutto, attraverso una continuata serie di predilezioni da parte di Dio: egli ha colto tutte le occasioni per manifestarmi il suo amore, rendendo così sempre più forte la realtà in un rapporto Padre-figlio. Non dovrei dimenticare mai questa mia grandezza.

      Ma pur con la mia dignità, è anche vero che sono peccatore. Davanti a Dio e ai fratelli e alla mia coscienza, devo confessare che troppe volte ho corrisposto in modo negativo ai doni naturali e soprannaturali, con egoismi, disobbedienze, ipocrisie, scuse, presunzione di fare da solo…

      Il riconoscermi peccatore non ha lo scopo di portare alla disperazione, anzi è per una speranza di perdono, nella conversione. La grande realtà della mia vita di redento non è il peccato, ma il perdono; nella professione di fede non dico: credo il peccato, ma: “credo la remissione dei peccati”, cioè credo all’amore di Dio che mi viene incontro.

      Il fatto di essere peccatore è umiliante, e per questo spesso mi è difficile ammetterlo; ma consolante è il perdono divino. Allora l’umile e sincero riconoscimento della povertà che mi è propria, cioè del peccato, diventa fiduciosa domanda di perdono: Signore, abbi pietà! E la ricchezza della grazia mi sarà data non in misura dei miei meriti, ma in quella della mia povertà riconosciuta, cioè nella misura in cui, eliminando presunzione e autosufficienza e affidandomi solo a Dio, faccio del vuoto dentro di me.

      Ecco allora perché la Messa, che è la celebrazione più grande dell’amore di Dio, comincia con la liturgia penitenziale: Signore, pietà! Cristo, pietà! Signore, pietà!

      Alcuni formulari dell’atto penitenziale ricordano questo o quel gesto di bontà di Gesù nei confronti dei peccatori: “Tu che a Pietro pentito hai offerto il tuo perdono…che al buon ladrone hai promesso il paradiso…”; altri formulari mettono in evidenza la missione redentrice del Signore: “Tu che sei venuto nel mondo per salvarci…che sei la via che riconduce al Padre…”. Questo per assicurarmi che la misericordia di Dio ha già compiuto la grande opera di salvezza, di misericordia, di perdono, e che quindi posso rivolgere la mia supplica a cristo con la massima fiducia.

4.

Quello che mi è chiesto di vivere con intensità di fede all’inizio della Messa, cioè il riconoscimento che sono peccatore, bisognoso di Dio e della sua misericordia, e la fiducia nella sua bontà infinita, deve essere una convinzione che mi accompagna sempre, e che si traduce anche in un impegno quotidiano di distacco dal male, di mortificazione, di conversione. Quasi un estendere la liturgia penitenziale a tutta la giornata.

       Così l’invocazione “Signore, pietà!” esprime davvero la sincerità nei confronti di me stesso e l’assoluta rinnovata fiducia nella bontà e misericordia del Padre.

***

PAROLA DI DIO!

       La spiegazione che Gesù diede alla parabola del seminatore, com’è riportata nel terzo vangelo, termina così: “Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza”. E subito dopo Gesù aggiunge: “Fate attenzione dunque a come ascoltate” (Lc 8, 15.18).

       Sull’efficacia della parola di Dio e sull’importanza del suo ascolto, nella Bibbia si ritorna di frequente. Leggiamo ad es. nell’Antico Testamento: “La mia parola non è forse come il fuoco e come un martello che spacca la roccia?” (Ger 23.29); e nel Nuovo: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12).

       Ebbene, questa parola raggiunge anche me; devo sentirla risuonare soprattutto come una chiamata.

1.

      Spesso nella Sacra Scrittura Dio è detto “il chiamante” (colui che ha chiamato, colui che chiama). Quello del chiamare è stato il primo atto di Dio verso Adamo dopo il peccato: “Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse dove sei?” (Gen 3.9). E poi troviamo tanti esempi di chiamate, di vocazioni, perché: “Io sono il Signore che ti chiama per nome” (Is 45,3).

      A che cosa chiama, Dio? A lavorare nella sua vigna.

      Per ciascuno di noi, per me, c’è una chiamata, una vocazione personale, una voce, un invito, che è risuonato nel passato ma che viene dal futuro: “Beati gl’invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello” (Ap 19.9), e mi raggiunge oggi, e oggi mi indica un cammino da percorrere.

      Come Dio chiama? Non devo attendermi fatti straordinari, ma solo capire sempre meglio che egli, perché mi ama, attraverso tutta la storia della mia vita mi propone di corrispondere al suo amore.

       Sono soprattutto due i modi di cui Dio si serve.

C’è anzitutto la parola della rivelazione, e io ho da mettermi in ascolto per accoglierla, meditarla, conservarla nel cuore come Maria che “conserva queste cose nel suo cuore” (Lc 2,29. 51). Perché ascoltare non vuol dire soltanto udire, bensì anche e soprattutto attuare, obbedire, vivere: portare frutto nella perseveranza.

        C’è poi la parola che passa attraverso gli avvenimenti, le circostanze, gl’incontri con persone, o che si fa intendere mediante ispirazioni e spinte interiori. Se guardo alla mia storia personale, vi riconosco vere manifestazioni di dio che mi ha indicato la strada da seguire quasi momento per momento verso una terra che non conoscevo.

       E la mia storia personale è all’interno della grande storie dell’umanità, la storia dei piccoli e grandi avvenimenti: altrettante parole di Dio che mi invitano alla riflessione e all’azione, e che devo sforzarmi di interpretare, ascoltando in particolare la voce dei fratelli, le loro necessità e i loro valori.

2.

        Dio chiama “ad essere santi” (1Cor 1,2); è un’affermazione grossa, questa, eppure è qui l’essenza della nostra realtà di battezzati: siamo “chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1Gv 3,1). La grazia di Cristo e l’effusione dello Spirito santo già nel battesimo mi hanno dato questo impensabile privilegio, ma la parola di Dio mi chiama giorno per giorno a dare una mia risposta sempre più piena.

        Sono chiamato alla santità, cioè ad accogliere il dono della vita filiale, il “grande amore” che mi viene dal Padre. E’ una vocazione comune ed eccezionale nello stesso tempo: tutti vi sono chiamati, eppure io riconosco dei gesti di predilezione divina nei miei riguardi; basterebbe, per riconoscerli, la coscienza del ripetuto perdono delle mie in corrispondenze, disattenzioni, colpe.

        E anche oggi sento questa chiamata, pur constatando quanto insufficiente sia la mia risposta.

3.

       Nella Messa, la liturgia della parola mi fa sentire, rinnovata ogni giorno, la voce del Signore che chiama e che aiuta a comprendere meglio come dovrei rispondere. Ma proprio nella Messa, in quale atteggiamento ho da pormi quando vengono proclamate le letture bibliche?

        La Sacra Scrittura è stata definita la “lettera del Padre”; e allora mi metto in attesa di sapere cosa il Padre mi scrive oggi, e ascolterò la sua parola:

         come una parola nuova, attuale, detta a me;

         con stupore e riconoscenza per la bontà di Dio che si rivolge a me;

         con attenzione per scoprirne le esigenze;

         con fiducia, ma anche con certo tremore, perché essa è potente ma anche fragile: io posso rovinarla; con l’impegno ad assimilarla interiormente e ad attuarla.

        Non è raro, nei brani biblici, che la parola di Dio mi sia rivolta sottoforma di domanda: Adamo, dove sei? (= come mi trovo davanti al Signore?); Caino, dov’è tuo fratello Abele? (= quali sono i tuoi rapporti con il prossimo?). Anche gli interrogativi che Gesù pone nelle sue parabole li sento rivolti a me: sei invidioso perché io sono buono? Quando verrà il padrone della vigna, che farà con i vignaioli omicidi? Chi si è comportato da prossimo verso colui che è incappato nei briganti? … Dio si aspetta la mia risposta.

4.

       Talvolta ho l’impressione che le varie letture non mi dicano niente, non riesco a cogliere qualcosa che mi tocchi direttamente…, ma se non altro mi dicono che durante la giornata devo prestare attenzione a quanto mi viene suggerito e chiesto oggi dagli avvenimenti e dalle situazioni.

        Normalmente, però la parola proposta nella liturgia mi scuote, ed esige qualcosa da me; e anche quando il significato di tutto il brano mi sfugge, posso rimanere colpito da una frase, da un’idea. E’ sempre un grande dono.

        Alla fine della lettura l’assemblea risponde: “Rendiamo grazie a Dio” e “Lode a te o Cristo”. E’ un sentimento di gratitudine che prolungherò nella giornata, perché la chiamata di santità che vi ho colto, e alla quale ho da corrispondere nella quotidianità della vita, è un dono che merita il mio “grazie” continuo.

***

IN QUEL TEMPO GESU’…

 

         La parola di Dio è anzitutto il Verbo la Parola in assoluto, l’espressione perfetta del Padre: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio…E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi. (Gv 1, 1.14)

         Se è importante, anzi necessario, anzi necessario, ascoltare la parola di Dio, è essenziale e fondamentale ascoltare questa parola di Dio che è Gesù, come ci è stata trasmessa dagli apostoli: “Quello che abbiamo veduto e udito (del Verbo della vita) noi lo annunziamo anche a voi…” (1Gv 1,3).

1.

        Devo sentire l’urgenza di conoscere sempre meglio Gesù: “Tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore” (Fil 3,8).

         E’ una conoscenza che acquisisco nella meditazione del Vangelo, questa bella notizia che la salvezza ha raggiunto l’umanità: “Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: è nato un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2,11). E come per gli apostoli la vicinanza a Gesù fu la grande scuola che li formò alla fede, alla speranza, all’apostolato, così il Vangelo è la mia scuola.

          Quando leggo il racconto di guarigioni miracolose, e poi sento che Gesù dice: “La tua fede ti ha salvato”, mi accorgo che il Signore agisce per bontà verso quella persona sofferente, ma che ha presente anche me, e mi vuole educare alla fede in lui, padrone della vita.

            Quando leggo episodi di perdono, e sento che Gesù dice: “Non peccare più!” , o quando ascolto le parabole della misericordia, e quando lo sento invocare: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” – capisco che il Signore vuole comunicare anche a me la speranza, fondata sull’amore divino.

2.

           L’ascolto del Vangelo è vero se so attuare due verbi classici, complementari: imitare Gesù, e seguirlo.

            Per imitarlo, non è che devo ripetere gesti o modi di fare, bensì tradurre nella mia vita gli atteggiamenti interiori di Gesù, che posso riassumere nell’obbedienza amorosa al Padre e nella carità fraterna: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, esorta san paolo (Fil 2,5). Può sembrare presuntuosa la volontà di imitare Gesù, eppure è lui stesso che mi dice: “Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13,13), e mi da come modello addirittura il Padre: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36).

           E seguirlo. Gesù dice anche a me: se vuoi venire dietro a me, prendi la tua croce e seguimi (cf. Lc 9,23). Per essere suo discepolo, non è sufficiente che io conosca il suo insegnamento, ma devo aderire a lui, seguire i suoi passi, condividere la sua vita. Immedesimarmi a lui così da poter dire: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

          Gesù è un maestro itinerante, e mi dice di farmi itinerante come lui e con lui, ripete anche a me, come ai primi discepoli: “Vieni e seguimi”. Devo percorrere le stesse strade che lui ha percorso: la via dell’umiltà, la via del servizio fraterno, la via della croce cioè della fedeltà nelle prove e nel sacrificio, la via di Emmaus cioè il riconoscimento di lui nella Scrittura e nell’Eucaristia e del ritorno alla comunità. Il Vangelo, sia nel raccontare le vicende del Signore sia nel riportare le sue parole, è pieno di verbi di movimento.

         Dunque imitazione e sequela, per imparare Cristo (cf. Ef 4,20): così lo ascolto davvero.

       La lettura del Vangelo, durante la Messa, mi fa incontrare in clima di preghiera Gesù fatto Parola. Forse mi illudo di conoscere in maniera sufficiente questa Parola, e invece essa non è mai abbastanza sentita, ascoltata, meditata, amata, vissuta. Nessun’altra parola, per quanto profonda, vale questa.

        Di solito Gesù, mio amico e mio Salvatore, mi parla direttamente; altre volte mi viene raccontato qualcosa di lui che me lo rende vicino; non voglio lasciar perdere nulla, ma mi accontento anche di una sola frase, di una parola, di una ispirazione che mi viene durante l’ascolto.

        Durante la lettura del Vangelo mi metto in piedi: lo faccio per un atteggiamento di rispetto e di umiltà, come chi è pronto ad accogliere un ordine; voglio metterci anche un significato di offerta, ricordando Maria che stava ritta presso la croce, offrendo il Figlio suo e il proprio dolore per la salvezza del mondo. Ma mi metto in piedi soprattutto per significare la mia disponibilità a muovermi, a seguire Gesù.

      Il brano evangelico viene introdotto, abitualmente, con la frase: “In quel tempo Gesù…”. Questa espressione mi aiuta a ricostruire la scena in cui si svolge quanto poi narrato, e tuttavia posso anche tradurla, per me, come se fosse: “Oggi Gesù…”, perché oggi lo ascolto, ora ho da seguirlo.

4.

       Alla luce del Vangelo, ogni giorno ho da fare un passo in avanti sulla strada della fede sequela di Cristo, con la gioia di sapermi suo discepolo. Dal Vangelo ricevo l’energia per superare gl’immancabili ostacoli, perché esso va controcorrente, sia rispetto alle mode imperanti, sia rispetto alle mie preferenze egoistiche e alle mie viltà. Ma “tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13).

        Ogni giorno, cioè oggi: senza perdere tempo né con una fuga all’indietro rimpiangendo il passato, quasi che Dio mi volesse vincolato alle abitudini che ho prese; né con una fuga in avanti facendo progetti utopistici, quasi che dio fosse l’esecutore dei miei programmi. Oggi, con serenità e concretezza: ricco di un passato e fiducioso in una futura maggiore pienezza, ma sapendo che oggi, ora, sull’esempio di Gesù devo accogliere la volontà del Padre.

       E per essere davvero itinerante sulla strada di Cristo, capisco che è virtù indispensabile la povertà, cioè l’accettazione che qualche cosa mi manchi, una certa austerità di vita: “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Lc 9,38). Povertà anche nell’obbedire, oggi, alla legge del lavoro, accettando la fatica che solitamente gli è congiunta (“con il sudore del tuo volto mangerai il pane” Gen 3,19).

CREDO!

 

 

 

          Gesù più volte dice: “La tua fede ti ha salvato” (v. Mc 10,5; Lc 17.19), mettendo in rapporto col la fede la salvezza di cui la guarigione è un segno, perché “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna” (Gv 3,36). L’ultima beatitudine nel Vangelo è “Beati quelli che crederanno” (Gv 20,29); la grandezza di Maria è proclamata da Elisabetta così: “Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45).

          Ma che cosa vuol dire credere? Che cos’è la fede?

1.

        Lo so che per rispondere a queste domande si dovrebbe fare un discorso complesso, ma trovo questa definizione del cristiano: “Noi siamo coloro che hanno riconosciuto e creduto nell’amore di Dio” (1Gv 4,16), e allora capisco che la fede è in primo luogo riconoscere che Dio ha preso l’iniziativa di entrare in rapporto con me; e siccome l’iniziativa di dio è di amore, la mia risposta deve essere adesione di amore, e cioè fede in Dio e amore a lui devono coincidere.

        La fede quindi non è rapporto tra l’intelligenza e un’idea, tra la ragione e un ragionamento, ma tra persone, con un adesione di totalità del proprio essere, impegnando così anche l’intelligenza e, prima ancora, la volontà.

        La fede diventa allora anche uno sguardo all’interno del mistero di Dio, una contemplazione di Dio, una celebrazione interiore della sua grandezza e della sua bontà nella loro realtà e nella loro manifestazione. E per accostarmi allo splendore della potenza di Dio, che intravedo per la sua parola, devo anche riconoscere e accettare la mia ignoranza e povertà.

2.

      La persona umana è un essere aperto su un orizzonte infinito, ma quando tenta di raggiungere questo orizzonte deve riconoscerlo mistero, cioè troppo vasto, troppo luminoso per poterlo toccare. Rinunciare e dichiarare fallimento, allora? Se dovesse contare solo sulle proprie forze, sì; ma il cristianesimo ha l’audacia di affermare che il mistero infinito, che è Dio, si è rivelato, ci è venuto incontro, ha il nome e il volto di un uomo: Gesù di Nazareth.

     Quelli che lo hanno conosciuto e ascoltato, e hanno creduto in lui, hanno lasciato la loro testimonianza: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, – poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza, -quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi” (Gv 1,1-3). La fede è l’accettazione di realtà oltre l’esperienza, manifestate da Gesù Cristo la cui parola è stata trasmessa da testimoni.

       Essenzialmente, quello che Gesù ha rivelato riguarda il mistero di Dio, non tanto in se stesso quanto nel suo comunicarsi a noi mediante la sua opera di salvezza. Certo, Dio e la salvezza rimangono incomprensibili nella loro realtà intima, ma poiché mi fido del Signore, accetto il suo messaggio e lo affermo verità assoluta.

        Di dio, Gesù dice che il Padre suo e nostro, e che lui, Gesù, è il Figlio unigenito del Dio vivente, e che a suo tempo il Padre e lui invieranno lo Spirito: Dio dunque unico ma nello stesso tempo rapporto di Persone: Trinità santissima che effonde il suo amore nei nostri cuori.

        Della salvezza rivela che è frutto del suo sacrificio sulla Croce, e che è una salvezza che vuole raggiungere tutti gli uomini, e che per questo si servirà degli apostoli e della comunità dei credenti, la Chiesa, cui affida il compito di renderlo continuamente presente con la Parola e il Pane eucaristico.

3.

        Tutto questo trova un’espressione sintetica nel segno della croce e nelle parole che lo accompagnano, e un’espressione solenne quando nella Messa viene pronunciato il Credo; dire “credo!” è come dire di sì alla rivelazione che mi è stata offerta dalla parola di Dio appena ascoltata, e a tutta la rivelazione di Gesù Cristo.

         Non devo recitare il Credo come se fosse una lista di cose da accettare passivamente; l’esposizione delle verità rivelate, la devo fare sentendola una preghiera che mi inserisce nella storia di Dio.

         Nella professione di fede infatti è questa storia che ripercorro: credo in Dio che nella profondità del mistero eterno è Padre perché ha un Figlio eguale a sé, e che nel tempo ha creato l’universo, e ha creato anche me perché partecipi alla sua vita e gli dia gloria; credo nel Figlio che è venuto tra noi e per noi, Gesù Cristo, vero uomo, ma che è pure il Signore, ed è con noi tutti i giorni sino alla fine dei tempi, e che io so essermi amico perché l’ha detto lui (cf. Gv 15,15); credo nello Spirito Santo, che è l’amore infinito, e anche a me da la vita soprannaturale.

         Storia di Dio, o meglio: storia dell’amore di Dio, che riguarda tutti e ciascuno, e che non è ancora finita, perché opererà anche la risurrezione e mi darà la vita eterna; storia alla quale voglio dire un sì che riassuma la preghiera di adorazione e di obbedienza, un sì che accetta anche il rischio, perché Dio rimane misterioso nella sua volontà nei miei confronti, e può chiedermi cose che non conosco e non prevedo. Ma lo pronuncio, questo sì, nella certezza che quando Dio mi domanderà è sempre un dono del suo amore. La fede è anche soprattutto fiducia.

         E se nella Messa cui partecipo non viene recitato il Credo, il mio sì lo dico nel silenzio del raccoglimento che segue l’ascolto della Parola di Dio.

4.

       E cosa deve essere la mia giornata, se non l’attuarsi del mio sì? Si crede soprattutto con la vita; nella coerenza personale tra fede e azione, nella fedeltà. Quello che conta, dice san Paolo, è “la fede che opera per mezzo della carità” (Gal 5,6).

       E così gli avvenimenti, gl’incontri della giornata li vedrò sotto una luce nuova, e diventeranno occasione di tradurre la fede in opere, e anche di crescere in essa, perché sempre constato che in me è molto povera. Voglio supplicare non solo con le parole ma anche con le azioni: credo, Signore, ma vieni incontro alla mia poca fede (cf. Mc 9,24).

***

LO PRESENTIAMO A TE

 

 

 

       “Noi siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre” (Eb 10,10).

        “Vi esorto dunque, fratelli, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1), perché “anche voi venite impiegati…per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (Pt 2,5).

        “Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio” (Ef 5,2).

        L’esistenza terrena di Gesù è stata una continua offerta al Padre e un continuo dono di sé ai fratelli, offerta e dono che hanno raggiunto la totalità sulla croce .Nelle parole degli apostoli ritorna l’esortazione ai discepoli di Gesù ad esserne imitatori, in particolare mediante l’offerta di se stessi a dio come espressione di amore.

1.

      Quando si fa un dono ci si priva di qualche cosa, ma quando l’offerta è fatta a Dio si tratta di una “restituzione”: significa riconoscere che quella cosa è sua. Ebbene: “Il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23).

       L’appartenenza a Dio e a Cristo per creazione e per redenzione, la si riconosce anche per una nostra offerta: del tempo, delle attività, delle cose, di noi stessi.

       L’offerta di sé è essenziale; Dio non si accontenta del tuo sentimento, non della tua parola, non delle tue cose, ma vuole te.

2.

        Nella vita cristiana ritorna spesso la parola “consacrazione” per esprimere un intervento di Dio che riserva per sé. Il battesimo, con il completamento della cresima, è il principale atto con cui la persona umana è consacrata a dio, diviene in Cristo proprietà di Cristo, non solo perché sua creatura, ma anche perché Gesù ci ha liberati, o meglio ‘acquistati’, con il suo sangue prezioso (cf. 1Pt 1,18-19).

         Ci sono altri possibili interventi consacratori: l’ordine sacro in particolare, che con il battesimo e la cresima è un sacramento che imprime nell’anima il sigillo divino. Anche, sia pure in modo diverso, la professione dei consigli evangelici accettata dalla Chiesa.

          Si tratta sempre di qualche cosa che rende partecipi delle realtà di Cristo, il quale dice di se stesso: “Colui che il Padre ha consacrato” (Gv 10,36).

          A questa consacrazione, che è azione di Dio su di me, ha da corrispondere la soggettiva, personale, consapevole offerta di me come volontà di uniformarmi a quello che sono: di Dio, in Cristo. Dio mi fa suo-io voglio essere suo!

3.

         Un momento particolare della Messa è l’offertorio, l’oblazione del pane e del vino, orientata a quanto lo Spirito Santo compirà su di essi facendoli diventare il Corpo e il Sangue di Cristo.

          E non si tratta soltanto dell’offerta del pane e del vino, ma di tutto il creato: il pane, frutto della terra, e il vino, frutto della vite, rappresentano tutta la creazione da offrire a Dio. Essi poi sono frutto anche del lavoro umano: vi ha collaborato, in un certo senso, tutta l’umanità e tutta la storia. Perché ci sia quel po’ di pane, è stato necessario l’intervento di tante persone: chi ha seminato, chi ha mietuto, chi ha macinato, chi ha impastato e cotto…, e ancora chi ha costruito gli arnesi necessari a tutto questo. Così pure quel po’ di vino. Il contributo di una moltitudine permette che ci sia il pane e il vino da offrire al Signore per la loro transustanziazione. E non importa che si tratti di un contributo inconsapevole.

            Ebbene: all’offertorio viene presentato al Signore anche questo lavoro umano, tutta l’opera di trasformazione. E come il pane e il vino diventeranno il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, così tutto il lavoro e tutta la storia si aprono al soprannaturale: mediante l’offerta nella Messa, l’attività umana viene ‘divinizzata’.

       E c’è anche un altro gesto simbolico, in questo momento della Messa: alcune gocce d’acqua sono versate nel vino del calice. Sono segno della unione dell’umanità alla divinità di Cristo, e segno dell’unione della nostra vita alla vita di Cristo.

4.

      “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo” (Gv 12,24). “Se l’uva non sente spremitura, non ne cola vino” (sant’Agostino).

        Mi pare che riuscirò a tradurre l’offertorio in vita se davvero mi metto a disposizione della volontà di Dio, se permetto a Dio di servirsi di me nelle situazioni concrete della giornata, se accolgo la gioia e la sofferenza come provocazioni ad accostarmi al lui, se valorizzo nella carità la vita di relazione, sopportando anche ‘le persone moleste’, se so offrire il mio tempo a favore degli altri…Soprattutto se accetto ogni disagio che può venirmi dal compimento fedele e generoso di quello che chiamo ‘il mio dovere’, senza aspettare le grandi occasioni per dimostrare che so essere bravo.

       Dall’offertorio della Messa porterò nella vita la consapevolezza che tutto ormai ho offerto a dio, e che devo adottare la legge del sacrificio. L’uso delle cose implica anche una rinuncia ad esse; il mondo materiale infatti mi è affidato perché io ne usi e vi rinunci, me ne interessi e me ne distacchi, ne sia il padrone ma che mi comporti da servitore di Uno che mi supera.

       Non sarà superflua, allora, la ‘mortificazione’.

Gesù ha parlato più volte della necessità del digiuno, ma ogni atto anche interiore, con il quale tolgo qualche cosa al mio egoismo, amplia il dominio di Dio su di me.

       Porterò sempre con me, nella fede e nella speranza, la convinzione che “tutto è di Dio”; e tutto restituendo a lui, voglio lasciarmi immergere nel suo amore, come quelle gocce d’acqua nel vino che nella Messa è diventato il sangue di Cristo.

RENDIAMO GRAZIE

       “Rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 5,20). “E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! … (…) E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre” (Col 3, 15.17). “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,16ss).

         E’ un’esistenza vissuta in rendimento di grazie a Dio, un sentimento di gratitudine sempre presente, che san Paolo raccomanda con una insistenza così spontanea che ne dimostra l’importanza e la bellezza.

1.

         Il Vangelo ricorda spesso che Gesù si raccoglieva a pregare; quando poi riporta le espressioni della sua preghiera, quasi sempre sono espressioni di lode e di ringraziamento: quando Gesù prega il Padre, lo ringrazia.

        Vicino al sepolcro di Lazzaro, alza gli occhi al cielo e ancora prima che il miracolo sia compiuto esprime un ringraziamento e dice: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato” (Gv 11,41). Così pure prima della moltiplicazione dei pani: “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì” (Gv

 6,11). E soprattutto all’ultima Cena: “Preso un calice, rese grazie e disse: Prendetelo (…). Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo…” (Lc 22, 17.19).

      E quando i discepoli ritornarono pieni di gioia dalla loro prima missione, “Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto” (Lc 11,21).

       Per Gesù rivolgersi al Padre, dargli lode, e ringraziarlo sono la stessa cosa.

       E anche Maria: il Magnificat è un cantico vibrante di gratitudine, di commozione, di meraviglia per quanto Dio ha operato in lei e opera per tutti gli umili. Fa un certo effetto, notare il contrasto tra la brevità del sì di Maria (“Eccomi, avvenga di me quello che hai detto”) e la sovrabbondanza gaudiosa del suo grazie (tutto il Magnificat).

2.

           Santa Teresa di Gesù Bambino ripeteva: “Tutto è dono”. Sì, tutto è dono, tutto è beneficio di Dio. Occorre che mi faccia un elenco? Sarebbe un elenco incompleto, comunque in questo momento penso all’amore dei miei genitori e dei miei famigliari; alle occasioni di conoscere Gesù, il suo Vangelo, la sua rivelazione dell’amore del Padre; alle opportunità di imparare, a scuola e fuori della scuola; alle tante persone di cui mi sento debitore per le cose che mi hanno insegnato con le parole ma più con l’esempio e la bontà; al perdono che ho potuto ricevere, da Dio e dai fratelli…E’ stata grazia di Dio il passato, lo è il presente, sono certo che lo sarà il futuro. Tutto mi porta qualche cosa di Dio.

            Credo di avere recitato tutte le mattine della mia vita, da quando l’ho imparata da bambino, la preghiera che apre la giornata con un atto di riconoscenza: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato, fatto cristiano, conservato questa notte”. Se tutto è grazia, è giusto che da parte mia tutto diventi rendimento di grazie. Ma a questa pratica, e sono grato anche a chi me l’ha insegnata, deve accompagnarsi nelle azioni la convinzione e la coerenza…

3.

          Tutta la Messa è eucaristia, cioè rendimento di grazie, ma in modo particolare la riconoscenza totale è espressa nel prefazio.

           Nel suo significato etimologico, la parola prefazio equivale a “ciò che si dice prima”, prima cioè della cosa più importante (come la prefazione dei libri). Ora, il prefazio è esattamente l’introduzione alla preghiera eucaristica vera e propria, e ne fa parte, non ne è staccata; ne è l’inizio.

            Si tratta di una espressione di ringraziamento in tono di gioia: rendiamo grazie sempre e in ogni luogo, perché è nostra dovere e inoltre causa di salvezza per noi il farlo. Vengono richiamati vari motivi di riconoscenza, e secondo il periodo dell’anno liturgico o la festa del giorno è messo in rilievo un particolare aspetto dell’azione di Dio in favore degli uomini.

          E alla fine, il “Santo, santo, santo”: un canto di adorazione e di lode, elevato dalla comunità presente alla celebrazione, in unione agli angeli e ai santi; è il canto della liturgia celeste come nelle visioni di Isaia e dell’Apocalisse. Nel linguaggio biblico, il vocabolo santo indica la trascendenza di Dio, il Dio che è infinitamente al di sopra di ogni creatura, al cui cospetto tuttavia ci troviamo.

4.

          Come trasferire il ringraziamento dalla Messa alla vita?

           Il prefazio è un’introduzione, e io sono sempre in preparazione, in cammino, in tensione; sono sulla soglia, sto per incontrare il Padre. Questo sentirmi in cammino verso è espressione di povertà e fiducia, di senso di responsabilità, perché la meta è Dio, un Dio che mi è Padre e mi ama, al quale sono sempre presente, e che devo sentire presente al mio cuore, alla mia vita.

          Ma ci sono due avverbi da realizzare: “sempre e in ogni luogo”; si tratta di vivere la mia giornata davanti al Dio santissimo, consapevole del suo amore e dei suoi benefici, in costante offerta e in costante profondo ringraziamento. Far presto a dirgli di sì, non finire mai di essere in azione di grazio; quante volte invece mi prolungo in contorti ragionamenti prima di accettare la volontà di Dio, e me la sbrigo con poco a ringraziarlo del suo evidente aiuto.

         Riconoscenza che voglio estendere per i miei fratelli e ai miei fratelli: ringraziare il Signore per i doni che ha fatto agli altri, essere grato agli altri che spesso sono strumenti vivi e responsabili dei doni di Dio a me. Grato ai fratelli, perché con la loro stessa esistenza essi sono un richiamo a vivere più attentamente la carità fraterna.

       La mia attività a favore del prossimo sarà espressione di vera gratitudine se è nella gratuità, nell’assenza di calcolo; in ultima analisi, anche qui non si tratta che di una restituzione. So che il tempo mi è donato perché io abbia ancora la possibilità di amare.

***

MISTERO DELLA FEDE

       “Nel concludere il racconto della morte di Gesù, Giovanni (19,37) cita una frase del profeta Zaccaria: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. E Luca conferma (23,48): Le folle che erano accorse a quello spettacolo…E’ quasi una definizione della Chiesa: il popolo di coloro che guardano il Crocifisso” (dal documento CEI: Evangelizzazione e testimonianza della carità). Mentre adoro il mistero che si compie sull’altare, voglio farmi spettatore di quello spettacolo, e volgere il mio sguardo al Trafitto, più contemplazione che riflessione.

1.

        Un primo sguardo alla sofferenza di Gesù.

        La sua sofferenza fisica mi è descritta in modo particolareggiato nei racconti evangelici della passione: dagli schiaffi alla flagellazione e alla corona di spine, alla via della croce, alla crocifissione e morte.

        E la sua sofferenza morale: egli prova paura e angoscia di fronte alla morte, si vede abbandonato da tutti (discepoli, miracolati, gli osannanti di pochi giorni prima…), non sente la presenza del Padre…In questo modo Gesù assume su di sé le conseguenze del peccato: la morte, la solitudine frutto delle rivalità umane, la separazione da Dio.

        Certo la fede cristiana pone l’accento sulla risurrezione di Cristo, sul suo trionfo, ma a risorgere è il Crocifisso, ad essere glorificato è il condannato. E si presenta l’interrogativo: perché la sofferenza di Cristo? E perché la sofferenza umana, in particolare la sofferenza degli innocenti? Non c’è una risposta razionale, ma io mi pongo di fronte al fatto: Gesù Cristo, l’Innocente, ha sofferto. E credo che dalla sua croce trae valore ogni tipo di sofferenza.  Accettare di attraversare con Gesù la sofferenza della passione e della morte, nella fiduciosa speranza di diventare partecipe della sua gloria e gioia.

        Un secondo sguardo all’umiliazione di Gesù.

        Così lo ha descritto il profeta: ”Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, maltrattato si lasciò umiliare” (Is 53,2-3.7). Ed era il Figlio di Dio! Dalla gloria divina all’annientamento, dalla felicità somma al tormento, dalla pienezza di vita alla morte.

          Niente meglio dell’inno liturgico della Chiesa primitiva, riportato da san Paolo, esprime questo mistero di umiliazione: ”Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce. (Fil 2,6-8).

        Le umiliazioni: forse la cosa più difficile da accettare.

2.

         Un terzo sguardo: la Croce e la Trinità.

         Nel discorso della Cena e nella preghiera sacerdotale (Gv 14-17) Gesù, mentre fa presentire il dramma incombente, pronuncia parole di tenerezza infinita per i suoi (anche per me!), e sono parole che coinvolgono il Padre e lo Spirito Santo. Infatti è l’amore trinitario che agisce nel mistero della redenzione, è la Trinità che è coinvolta nella Croce, è l’amore del Padre che Gesù rivela morendo, ed è lo Spirito che egli dona.

          Il mistero della fede è proprio qui: la Croce sta al centro della Tri-unità divina.

       Sono giuste le rappresentazioni del Crocifisso nella Trinità, con il Padre che sembra sorreggere la croce: l’amore che mostra l’amore. E’ quanto si esprime con il segno della croce, dove il gesto e le parole uniscono il mistero della Trinità a quello della redenzione.

3.

     Il sacrificio eucaristico è il memoriale della morte e risurrezione di Gesù, il memoriale del corpo offerto e del sangue versato. Non un semplice ricordo, ma un rendere presente e attuale il sacrificio di Cristo, sotto il segno sacramentale del pane e del vino. Per il sacrificio eucaristico, siamo contemporanei di Gesù, contemporanei al suo sacrificio sulla croce; siamo spettatori di questo spettacolo, che provoca la nostra fede come fu per il centurione il quale: “Vistolo spirare in quel modo, disse: Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39).

       Sì: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28).

       Partecipare alla Messa è come essere presente nel cenacolo in quel giovedì sera, e sentirmi con gli apostoli nell’intimità di Gesù: “Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1).

      Ma era la vigilia della passione, e le parole “Corpo offerto in sacrificio per voi” e “Sangue versato per voi e per tutti” mi pongono ai piedi della croce. In questo momento della Messa sono ai piedi del Trafitto.

4.

    Come trasportare questo nella mia giornata?

    Non poche volte il mio sguardo si posa sull’immagine del Crocifisso; che non sia mai con indifferenza, perché essa rappresenta il mio Redentore, la cui sofferenza e morte hanno come motivo anche i miei peccati. Non starò più attento ad evitarli?

    Il mio sguardo si posa anche su qualche fratello sofferente, poiché lo riconosco unito alla sofferenza di Cristo, è Cristo che devo vedere in lui.

    E non mi dimenticherò della parola del Signore: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Lc 9,23).

r la vita

NEL NOME…

         La formula con la quale ha inizio la santa Messa, e che spesso ripetiamo nelle nostre preghiere, è tratta dal vangelo; Gesù prima di salire al cielo invia i suoi apostoli con queste parole: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,12).

         L’abitudine forse ci fa ripetere meccanicamente queste parole, e invece dovrebbero essere professione cosciente della fede nella verità più sublime che Gesù ha rivelato, per una vita di unione con le Tre Persone divine.

1.

        Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.

        Il pensiero umano si è sforzato di capire cos’è, chi è l’Essere Supremo, chi è Dio, e molte cose profonde sono state dette, ma tutte insufficienti, perché “è più facile dire cosa egli non è, che dire cosa è. Pensa al creato che ammiri: Dio non è questo; pensa alla luce e alle energie inesplorate dell’universo: Dio non è questo; pensa anche agli angeli, ad esseri misteriosi e potenti: Dio non è questo”(sant’Agostino).

        Certamente, ed è giusto, noi desideriamo comprendere un po’ di più il mistero di Dio, ma anche chi è capace di tante e profonde riflessioni sarebbe sempre al di sotto della realtà, perché Lui è infinito e noi siamo così piccoli.

         Ma quello che l’uomo non sa dire di Dio, lo può dire Lui stesso. La grande rivelazione di Gesù è questa: Dio, l’unico Dio, non è splendido isolamento ma è relazione interpersonale, è Amore reciproco, è comunità piena di vita e di gioia, è un mistero di amore, di comunione, Dio è unico, sì, ma in Tre Persone.

       Misterioso è Dio, ma Gesù rivela che si tratta di un mistero di tenerezza infinita che viene effusa su di noi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Incomprensibile alla nostra mente, ma riconosciuto dal nostro cuore: “Ama, e lo sentirai vicino” scrive con la consueta efficacia sant’Agostino. Quindi giusto e doveroso cercare di capire, ma soprattutto affidarsi alla parola di Gesù.

       Mistero di comunione, quello di Dio; e in questa comunione sono stato introdotto anch’io: “La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo (1Gv 1,3).

        Da quando sono stato battezzato “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” tutta la mia vita è in rapporto con le Tre Persone divine. Ogni volta che faccio il segno della Croce, un gesto che rinnova la fede nella redenzione per la passione e morte di Gesù, nuovamente accolgo con le parole il dono della comunione divina. E dicendo “nel nome” compio un atto di fede con la speranza di giungere alla piena conoscenza di Dio amore verità e vita, e insieme esprimo un movimento interiore verso le Tre Persone e dentro le loro relazioni:

        Il Padre, oso chiamarlo Padre perché mi ha reso suo Figlio;

        Il Figlio che si è fatto uomo, Gesù Cristo, lo so mio amico e fratello, punto di riferimento per tutto il mio operare;

        e lo Spirito Santo è l’amore di Dio riversato nel mio cuore (cf. Rm 5,5).

        La Trinità non è dunque un oggetto fuori di me; le tre Persone divine sono inserite nella mia vita, e la mia sublime vocazione è vivere in comunione di amore con Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, per ora nell’oscurità della fede ma poi nello splendore della visione eterna.

3.

          Tutto questo trova la migliore espressione nella santa Messa. Non per niente questa inizia con la formula trinitaria, che di solito viene richiamata anche dal saluto che il sacerdote celebrante rivolge all’assemblea: “La grazia del Signore nostro Gesù cristo, l’amore di Dio Padre, e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi” (saluto ripreso da ( 2Cor 13,13).

           E si conclude, la Messa, con la benedizione che ancora una volta riprende la formula: “Vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo”.

           La celebrazione eucaristica è quindi tutta racchiusa nell’atto di fede nel mistero di Dio. La maggior parte delle preghiere che ne fanno parte sono rivolte al Padre, per Gesù Cristo suo Figlio, nell’unità dello Spirito Santo. E  trovo che esse sono riassunte nella stupenda dossologia (= espressione di lode) con cui termina la preghiera eucaristica: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te, Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria”.

        Il mio Amen! All’unisono con quello di tutta l’assemblea, con la quale ormai formo “un corpo solo e un’anima sola” (dalla liturgia), è un alla glorificazione delle Tre Persone, e un grazie perché comprendo che io sono qualcosa per loro, so che esse si occupano di me!

      Partecipare alla Messa è allora un rinnovato immergermi in questo mistero, così che la mia piccola e povera esistenza assume un valore che la trascende.

      Il grande fatto della vita cristiana, della mia vita, è il rapporto che c’è tra me, unito ai miei fratelli, e il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. E’ il dono della comunione, quel dono per il quale non sono più solo né lontano da Dio, ma sono chiamato a essere parte della comunione che lega tra loro le Persone divine, godendo di trovare in ogni luogo dei fratelli con i quali condivido l’immenso privilegio di questo rapporto con Dio.

       Come farò a conservare, coltivare, tradurre in atti questo valore nella mia giornata? E se è vero, com’è vero, che le Tre Persone si occupano di me, io mi occupo di loro?

       Lo posso e lo devo fare vivendo alla loro presenza nell’impegno quotidiano a costruire una fraternità che sia quasi la continuazione, la realizzazione sulla terra della comunione divina; impegno a formare quaggiù la famiglia di Dio.

***

SIGNORE, PIETA’!

     Un giorno, nella città di Cafarnao, due ciechi si misero a seguire Gesù gridando: “Figlio di Davide, abbi pietà di noi!”, ed egli li guarì dalla loro cecità (Mt 9,27ss). In altra circostanza, a Gerico, altri due ciechi, seduti a chiedere l’elemosina, si misero anche loro a gridare ripetutamente e sempre più forte a Gesù che passava per la strada dove essi stavano: Signore, abbi pietà di noi! , e anch’essi furono guariti (Mt 20,29).

       In questo grido sono presenti il riconoscimento che i ciechi hanno della propria situazione, e la fiducia nel Signore. E in questo diventano esemplari dell’atteggiamento che devo assumere per avere un contatto vero con Dio: sincerità su me stesso, e fiducia. Cioè sapere, capire, essere convinto che le mie sole forze non bastano, che da solo non arrivo a vedere Dio; ma allo stesso tempo essere certo che per la sua bontà Dio, che è luce e pienezza di vita, può e vuole comunicarmi un po’ di questa luce ed entrare in comunicazione con me.

        Sincerità e fiducia. Per suscitarle in me, posso partire da questo interrogativo: chi sono io, di fronte a Dio?

1.

        Anzitutto sono una creatura. Esisto perché un Altro vuole che io esista. Io non sono necessario; solo Dio è l’essere necessario e non può non esserci, è l’Assoluto, mentre tutto il resto, tutto quello che è creato, potrebbe non esserci.

        E’ vero che se mancasse una persona, o una stella, o un fiore, il mondo sarebbe diverso; però andrebbe avanti lo stesso. Nessuno di noi è necessario; c’è una dipendenza totale della creatura dal Creatore.

        E in quanto creatura, sono un essere debole, condizionato da tante cose, soggetto a tanti influssi sia nella vita fisica che in quella intellettuale e spirituale.

Sono una povera cosa.

         Capire questo è già un riconoscimento importante che porta ad assumere un atteggiamento interiore in umiltà, ma anche di stupore per il fatto che, se esisto, è perché sono oggetto di una scelta dell’Assoluto: esisto perché in questo momento Dio pensa a me, vuole che io esista.

       Ma questa riflessione, nel momento stesso che mi rende cosciente di essere una povera cosa, mi fa comprendere la mia dignità: sono creature, ma creatura di Dio. Il quale mi ha dotato di intelligenza e di libertà, così che so capire, pensare, ragionare, contemplare, e fare delle scelte che non dipendono da spinte istintive. Nessun’altra creatura visibile ha una grandezza pari a quella umana.

2.

      Sono una creatura non solo voluta, ma amata da Dio che, mediante il battesimo e per la fede, mi ha dato anche una dignità soprannaturale: la dignità di figlio suo.

     Se guardo alla mia storia personale, vedo come questa dignità è cresciuta, nonostante tutto, attraverso una continuata serie di predilezioni da parte di Dio: egli ha colto tutte le occasioni per manifestarmi il suo amore, rendendo così sempre più forte la realtà in un rapporto Padre-figlio. Non dovrei dimenticare mai questa mia grandezza.

      Ma pur con la mia dignità, è anche vero che sono peccatore. Davanti a Dio e ai fratelli e alla mia coscienza, devo confessare che troppe volte ho corrisposto in modo negativo ai doni naturali e soprannaturali, con egoismi, disobbedienze, ipocrisie, scuse, presunzione di fare da solo…

      Il riconoscermi peccatore non ha lo scopo di portare alla disperazione, anzi è per una speranza di perdono, nella conversione. La grande realtà della mia vita di redento non è il peccato, ma il perdono; nella professione di fede non dico: credo il peccato, ma: “credo la remissione dei peccati”, cioè credo all’amore di Dio che mi viene incontro.

      Il fatto di essere peccatore è umiliante, e per questo spesso mi è difficile ammetterlo; ma consolante è il perdono divino. Allora l’umile e sincero riconoscimento della povertà che mi è propria, cioè del peccato, diventa fiduciosa domanda di perdono: Signore, abbi pietà! E la ricchezza della grazia mi sarà data non in misura dei miei meriti, ma in quella della mia povertà riconosciuta, cioè nella misura in cui, eliminando presunzione e autosufficienza e affidandomi solo a Dio, faccio del vuoto dentro di me.

      Ecco allora perché la Messa, che è la celebrazione più grande dell’amore di Dio, comincia con la liturgia penitenziale: Signore, pietà! Cristo, pietà! Signore, pietà!

      Alcuni formulari dell’atto penitenziale ricordano questo o quel gesto di bontà di Gesù nei confronti dei peccatori: “Tu che a Pietro pentito hai offerto il tuo perdono…che al buon ladrone hai promesso il paradiso…”; altri formulari mettono in evidenza la missione redentrice del Signore: “Tu che sei venuto nel mondo per salvarci…che sei la via che riconduce al Padre…”. Questo per assicurarmi che la misericordia di Dio ha già compiuto la grande opera di salvezza, di misericordia, di perdono, e che quindi posso rivolgere la mia supplica a cristo con la massima fiducia.

4.

Quello che mi è chiesto di vivere con intensità di fede all’inizio della Messa, cioè il riconoscimento che sono peccatore, bisognoso di Dio e della sua misericordia, e la fiducia nella sua bontà infinita, deve essere una convinzione che mi accompagna sempre, e che si traduce anche in un impegno quotidiano di distacco dal male, di mortificazione, di conversione. Quasi un estendere la liturgia penitenziale a tutta la giornata.

       Così l’invocazione “Signore, pietà!” esprime davvero la sincerità nei confronti di me stesso e l’assoluta rinnovata fiducia nella bontà e misericordia del Padre.

***

PAROLA DI DIO!

       La spiegazione che Gesù diede alla parabola del seminatore, com’è riportata nel terzo vangelo, termina così: “Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza”. E subito dopo Gesù aggiunge: “Fate attenzione dunque a come ascoltate” (Lc 8, 15.18).

       Sull’efficacia della parola di Dio e sull’importanza del suo ascolto, nella Bibbia si ritorna di frequente. Leggiamo ad es. nell’Antico Testamento: “La mia parola non è forse come il fuoco e come un martello che spacca la roccia?” (Ger 23.29); e nel Nuovo: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12).

       Ebbene, questa parola raggiunge anche me; devo sentirla risuonare soprattutto come una chiamata.

1.

      Spesso nella Sacra Scrittura Dio è detto “il chiamante” (colui che ha chiamato, colui che chiama). Quello del chiamare è stato il primo atto di Dio verso Adamo dopo il peccato: “Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse dove sei?” (Gen 3.9). E poi troviamo tanti esempi di chiamate, di vocazioni, perché: “Io sono il Signore che ti chiama per nome” (Is 45,3).

      A che cosa chiama, Dio? A lavorare nella sua vigna.

      Per ciascuno di noi, per me, c’è una chiamata, una vocazione personale, una voce, un invito, che è risuonato nel passato ma che viene dal futuro: “Beati gl’invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello” (Ap 19.9), e mi raggiunge oggi, e oggi mi indica un cammino da percorrere.

      Come Dio chiama? Non devo attendermi fatti straordinari, ma solo capire sempre meglio che egli, perché mi ama, attraverso tutta la storia della mia vita mi propone di corrispondere al suo amore.

       Sono soprattutto due i modi di cui Dio si serve.

C’è anzitutto la parola della rivelazione, e io ho da mettermi in ascolto per accoglierla, meditarla, conservarla nel cuore come Maria che “conserva queste cose nel suo cuore” (Lc 2,29. 51). Perché ascoltare non vuol dire soltanto udire, bensì anche e soprattutto attuare, obbedire, vivere: portare frutto nella perseveranza.

        C’è poi la parola che passa attraverso gli avvenimenti, le circostanze, gl’incontri con persone, o che si fa intendere mediante ispirazioni e spinte interiori. Se guardo alla mia storia personale, vi riconosco vere manifestazioni di dio che mi ha indicato la strada da seguire quasi momento per momento verso una terra che non conoscevo.

       E la mia storia personale è all’interno della grande storie dell’umanità, la storia dei piccoli e grandi avvenimenti: altrettante parole di Dio che mi invitano alla riflessione e all’azione, e che devo sforzarmi di interpretare, ascoltando in particolare la voce dei fratelli, le loro necessità e i loro valori.

2.

        Dio chiama “ad essere santi” (1Cor 1,2); è un’affermazione grossa, questa, eppure è qui l’essenza della nostra realtà di battezzati: siamo “chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1Gv 3,1). La grazia di Cristo e l’effusione dello Spirito santo già nel battesimo mi hanno dato questo impensabile privilegio, ma la parola di Dio mi chiama giorno per giorno a dare una mia risposta sempre più piena.

        Sono chiamato alla santità, cioè ad accogliere il dono della vita filiale, il “grande amore” che mi viene dal Padre. E’ una vocazione comune ed eccezionale nello stesso tempo: tutti vi sono chiamati, eppure io riconosco dei gesti di predilezione divina nei miei riguardi; basterebbe, per riconoscerli, la coscienza del ripetuto perdono delle mie in corrispondenze, disattenzioni, colpe.

        E anche oggi sento questa chiamata, pur constatando quanto insufficiente sia la mia risposta.

3.

       Nella Messa, la liturgia della parola mi fa sentire, rinnovata ogni giorno, la voce del Signore che chiama e che aiuta a comprendere meglio come dovrei rispondere. Ma proprio nella Messa, in quale atteggiamento ho da pormi quando vengono proclamate le letture bibliche?

        La Sacra Scrittura è stata definita la “lettera del Padre”; e allora mi metto in attesa di sapere cosa il Padre mi scrive oggi, e ascolterò la sua parola:

         come una parola nuova, attuale, detta a me;

         con stupore e riconoscenza per la bontà di Dio che si rivolge a me;

         con attenzione per scoprirne le esigenze;

         con fiducia, ma anche con certo tremore, perché essa è potente ma anche fragile: io posso rovinarla; con l’impegno ad assimilarla interiormente e ad attuarla.

        Non è raro, nei brani biblici, che la parola di Dio mi sia rivolta sottoforma di domanda: Adamo, dove sei? (= come mi trovo davanti al Signore?); Caino, dov’è tuo fratello Abele? (= quali sono i tuoi rapporti con il prossimo?). Anche gli interrogativi che Gesù pone nelle sue parabole li sento rivolti a me: sei invidioso perché io sono buono? Quando verrà il padrone della vigna, che farà con i vignaioli omicidi? Chi si è comportato da prossimo verso colui che è incappato nei briganti? … Dio si aspetta la mia risposta.

4.

       Talvolta ho l’impressione che le varie letture non mi dicano niente, non riesco a cogliere qualcosa che mi tocchi direttamente…, ma se non altro mi dicono che durante la giornata devo prestare attenzione a quanto mi viene suggerito e chiesto oggi dagli avvenimenti e dalle situazioni.

        Normalmente, però la parola proposta nella liturgia mi scuote, ed esige qualcosa da me; e anche quando il significato di tutto il brano mi sfugge, posso rimanere colpito da una frase, da un’idea. E’ sempre un grande dono.

        Alla fine della lettura l’assemblea risponde: “Rendiamo grazie a Dio” e “Lode a te o Cristo”. E’ un sentimento di gratitudine che prolungherò nella giornata, perché la chiamata di santità che vi ho colto, e alla quale ho da corrispondere nella quotidianità della vita, è un dono che merita il mio “grazie” continuo.

***

IN QUEL TEMPO GESU’…

 

         La parola di Dio è anzitutto il Verbo la Parola in assoluto, l’espressione perfetta del Padre: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio…E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi. (Gv 1, 1.14)

         Se è importante, anzi necessario, anzi necessario, ascoltare la parola di Dio, è essenziale e fondamentale ascoltare questa parola di Dio che è Gesù, come ci è stata trasmessa dagli apostoli: “Quello che abbiamo veduto e udito (del Verbo della vita) noi lo annunziamo anche a voi…” (1Gv 1,3).

1.

        Devo sentire l’urgenza di conoscere sempre meglio Gesù: “Tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore” (Fil 3,8).

         E’ una conoscenza che acquisisco nella meditazione del Vangelo, questa bella notizia che la salvezza ha raggiunto l’umanità: “Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: è nato un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2,11). E come per gli apostoli la vicinanza a Gesù fu la grande scuola che li formò alla fede, alla speranza, all’apostolato, così il Vangelo è la mia scuola.

          Quando leggo il racconto di guarigioni miracolose, e poi sento che Gesù dice: “La tua fede ti ha salvato”, mi accorgo che il Signore agisce per bontà verso quella persona sofferente, ma che ha presente anche me, e mi vuole educare alla fede in lui, padrone della vita.

            Quando leggo episodi di perdono, e sento che Gesù dice: “Non peccare più!” , o quando ascolto le parabole della misericordia, e quando lo sento invocare: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” – capisco che il Signore vuole comunicare anche a me la speranza, fondata sull’amore divino.

2.

           L’ascolto del Vangelo è vero se so attuare due verbi classici, complementari: imitare Gesù, e seguirlo.

            Per imitarlo, non è che devo ripetere gesti o modi di fare, bensì tradurre nella mia vita gli atteggiamenti interiori di Gesù, che posso riassumere nell’obbedienza amorosa al Padre e nella carità fraterna: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, esorta san paolo (Fil 2,5). Può sembrare presuntuosa la volontà di imitare Gesù, eppure è lui stesso che mi dice: “Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13,13), e mi da come modello addirittura il Padre: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36).

           E seguirlo. Gesù dice anche a me: se vuoi venire dietro a me, prendi la tua croce e seguimi (cf. Lc 9,23). Per essere suo discepolo, non è sufficiente che io conosca il suo insegnamento, ma devo aderire a lui, seguire i suoi passi, condividere la sua vita. Immedesimarmi a lui così da poter dire: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

          Gesù è un maestro itinerante, e mi dice di farmi itinerante come lui e con lui, ripete anche a me, come ai primi discepoli: “Vieni e seguimi”. Devo percorrere le stesse strade che lui ha percorso: la via dell’umiltà, la via del servizio fraterno, la via della croce cioè della fedeltà nelle prove e nel sacrificio, la via di Emmaus cioè il riconoscimento di lui nella Scrittura e nell’Eucaristia e del ritorno alla comunità. Il Vangelo, sia nel raccontare le vicende del Signore sia nel riportare le sue parole, è pieno di verbi di movimento.

         Dunque imitazione e sequela, per imparare Cristo (cf. Ef 4,20): così lo ascolto davvero.

       La lettura del Vangelo, durante la Messa, mi fa incontrare in clima di preghiera Gesù fatto Parola. Forse mi illudo di conoscere in maniera sufficiente questa Parola, e invece essa non è mai abbastanza sentita, ascoltata, meditata, amata, vissuta. Nessun’altra parola, per quanto profonda, vale questa.

        Di solito Gesù, mio amico e mio Salvatore, mi parla direttamente; altre volte mi viene raccontato qualcosa di lui che me lo rende vicino; non voglio lasciar perdere nulla, ma mi accontento anche di una sola frase, di una parola, di una ispirazione che mi viene durante l’ascolto.

        Durante la lettura del Vangelo mi metto in piedi: lo faccio per un atteggiamento di rispetto e di umiltà, come chi è pronto ad accogliere un ordine; voglio metterci anche un significato di offerta, ricordando Maria che stava ritta presso la croce, offrendo il Figlio suo e il proprio dolore per la salvezza del mondo. Ma mi metto in piedi soprattutto per significare la mia disponibilità a muovermi, a seguire Gesù.

      Il brano evangelico viene introdotto, abitualmente, con la frase: “In quel tempo Gesù…”. Questa espressione mi aiuta a ricostruire la scena in cui si svolge quanto poi narrato, e tuttavia posso anche tradurla, per me, come se fosse: “Oggi Gesù…”, perché oggi lo ascolto, ora ho da seguirlo.

4.

       Alla luce del Vangelo, ogni giorno ho da fare un passo in avanti sulla strada della fede sequela di Cristo, con la gioia di sapermi suo discepolo. Dal Vangelo ricevo l’energia per superare gl’immancabili ostacoli, perché esso va controcorrente, sia rispetto alle mode imperanti, sia rispetto alle mie preferenze egoistiche e alle mie viltà. Ma “tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13).

        Ogni giorno, cioè oggi: senza perdere tempo né con una fuga all’indietro rimpiangendo il passato, quasi che Dio mi volesse vincolato alle abitudini che ho prese; né con una fuga in avanti facendo progetti utopistici, quasi che dio fosse l’esecutore dei miei programmi. Oggi, con serenità e concretezza: ricco di un passato e fiducioso in una futura maggiore pienezza, ma sapendo che oggi, ora, sull’esempio di Gesù devo accogliere la volontà del Padre.

       E per essere davvero itinerante sulla strada di Cristo, capisco che è virtù indispensabile la povertà, cioè l’accettazione che qualche cosa mi manchi, una certa austerità di vita: “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Lc 9,38). Povertà anche nell’obbedire, oggi, alla legge del lavoro, accettando la fatica che solitamente gli è congiunta (“con il sudore del tuo volto mangerai il pane” Gen 3,19).

CREDO!

 

 

 

          Gesù più volte dice: “La tua fede ti ha salvato” (v. Mc 10,5; Lc 17.19), mettendo in rapporto col la fede la salvezza di cui la guarigione è un segno, perché “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna” (Gv 3,36). L’ultima beatitudine nel Vangelo è “Beati quelli che crederanno” (Gv 20,29); la grandezza di Maria è proclamata da Elisabetta così: “Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45).

          Ma che cosa vuol dire credere? Che cos’è la fede?

1.

        Lo so che per rispondere a queste domande si dovrebbe fare un discorso complesso, ma trovo questa definizione del cristiano: “Noi siamo coloro che hanno riconosciuto e creduto nell’amore di Dio” (1Gv 4,16), e allora capisco che la fede è in primo luogo riconoscere che Dio ha preso l’iniziativa di entrare in rapporto con me; e siccome l’iniziativa di dio è di amore, la mia risposta deve essere adesione di amore, e cioè fede in Dio e amore a lui devono coincidere.

        La fede quindi non è rapporto tra l’intelligenza e un’idea, tra la ragione e un ragionamento, ma tra persone, con un adesione di totalità del proprio essere, impegnando così anche l’intelligenza e, prima ancora, la volontà.

        La fede diventa allora anche uno sguardo all’interno del mistero di Dio, una contemplazione di Dio, una celebrazione interiore della sua grandezza e della sua bontà nella loro realtà e nella loro manifestazione. E per accostarmi allo splendore della potenza di Dio, che intravedo per la sua parola, devo anche riconoscere e accettare la mia ignoranza e povertà.

2.

      La persona umana è un essere aperto su un orizzonte infinito, ma quando tenta di raggiungere questo orizzonte deve riconoscerlo mistero, cioè troppo vasto, troppo luminoso per poterlo toccare. Rinunciare e dichiarare fallimento, allora? Se dovesse contare solo sulle proprie forze, sì; ma il cristianesimo ha l’audacia di affermare che il mistero infinito, che è Dio, si è rivelato, ci è venuto incontro, ha il nome e il volto di un uomo: Gesù di Nazareth.

     Quelli che lo hanno conosciuto e ascoltato, e hanno creduto in lui, hanno lasciato la loro testimonianza: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, – poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza, -quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi” (Gv 1,1-3). La fede è l’accettazione di realtà oltre l’esperienza, manifestate da Gesù Cristo la cui parola è stata trasmessa da testimoni.

       Essenzialmente, quello che Gesù ha rivelato riguarda il mistero di Dio, non tanto in se stesso quanto nel suo comunicarsi a noi mediante la sua opera di salvezza. Certo, Dio e la salvezza rimangono incomprensibili nella loro realtà intima, ma poiché mi fido del Signore, accetto il suo messaggio e lo affermo verità assoluta.

        Di dio, Gesù dice che il Padre suo e nostro, e che lui, Gesù, è il Figlio unigenito del Dio vivente, e che a suo tempo il Padre e lui invieranno lo Spirito: Dio dunque unico ma nello stesso tempo rapporto di Persone: Trinità santissima che effonde il suo amore nei nostri cuori.

        Della salvezza rivela che è frutto del suo sacrificio sulla Croce, e che è una salvezza che vuole raggiungere tutti gli uomini, e che per questo si servirà degli apostoli e della comunità dei credenti, la Chiesa, cui affida il compito di renderlo continuamente presente con la Parola e il Pane eucaristico.

3.

        Tutto questo trova un’espressione sintetica nel segno della croce e nelle parole che lo accompagnano, e un’espressione solenne quando nella Messa viene pronunciato il Credo; dire “credo!” è come dire di sì alla rivelazione che mi è stata offerta dalla parola di Dio appena ascoltata, e a tutta la rivelazione di Gesù Cristo.

         Non devo recitare il Credo come se fosse una lista di cose da accettare passivamente; l’esposizione delle verità rivelate, la devo fare sentendola una preghiera che mi inserisce nella storia di Dio.

         Nella professione di fede infatti è questa storia che ripercorro: credo in Dio che nella profondità del mistero eterno è Padre perché ha un Figlio eguale a sé, e che nel tempo ha creato l’universo, e ha creato anche me perché partecipi alla sua vita e gli dia gloria; credo nel Figlio che è venuto tra noi e per noi, Gesù Cristo, vero uomo, ma che è pure il Signore, ed è con noi tutti i giorni sino alla fine dei tempi, e che io so essermi amico perché l’ha detto lui (cf. Gv 15,15); credo nello Spirito Santo, che è l’amore infinito, e anche a me da la vita soprannaturale.

         Storia di Dio, o meglio: storia dell’amore di Dio, che riguarda tutti e ciascuno, e che non è ancora finita, perché opererà anche la risurrezione e mi darà la vita eterna; storia alla quale voglio dire un sì che riassuma la preghiera di adorazione e di obbedienza, un sì che accetta anche il rischio, perché Dio rimane misterioso nella sua volontà nei miei confronti, e può chiedermi cose che non conosco e non prevedo. Ma lo pronuncio, questo sì, nella certezza che quando Dio mi domanderà è sempre un dono del suo amore. La fede è anche soprattutto fiducia.

         E se nella Messa cui partecipo non viene recitato il Credo, il mio sì lo dico nel silenzio del raccoglimento che segue l’ascolto della Parola di Dio.

4.

       E cosa deve essere la mia giornata, se non l’attuarsi del mio sì? Si crede soprattutto con la vita; nella coerenza personale tra fede e azione, nella fedeltà. Quello che conta, dice san Paolo, è “la fede che opera per mezzo della carità” (Gal 5,6).

       E così gli avvenimenti, gl’incontri della giornata li vedrò sotto una luce nuova, e diventeranno occasione di tradurre la fede in opere, e anche di crescere in essa, perché sempre constato che in me è molto povera. Voglio supplicare non solo con le parole ma anche con le azioni: credo, Signore, ma vieni incontro alla mia poca fede (cf. Mc 9,24).

***

LO PRESENTIAMO A TE

 

 

 

       “Noi siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre” (Eb 10,10).

        “Vi esorto dunque, fratelli, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1), perché “anche voi venite impiegati…per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (Pt 2,5).

        “Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio” (Ef 5,2).

        L’esistenza terrena di Gesù è stata una continua offerta al Padre e un continuo dono di sé ai fratelli, offerta e dono che hanno raggiunto la totalità sulla croce .Nelle parole degli apostoli ritorna l’esortazione ai discepoli di Gesù ad esserne imitatori, in particolare mediante l’offerta di se stessi a dio come espressione di amore.

1.

      Quando si fa un dono ci si priva di qualche cosa, ma quando l’offerta è fatta a Dio si tratta di una “restituzione”: significa riconoscere che quella cosa è sua. Ebbene: “Il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23).

       L’appartenenza a Dio e a Cristo per creazione e per redenzione, la si riconosce anche per una nostra offerta: del tempo, delle attività, delle cose, di noi stessi.

       L’offerta di sé è essenziale; Dio non si accontenta del tuo sentimento, non della tua parola, non delle tue cose, ma vuole te.

2.

        Nella vita cristiana ritorna spesso la parola “consacrazione” per esprimere un intervento di Dio che riserva per sé. Il battesimo, con il completamento della cresima, è il principale atto con cui la persona umana è consacrata a dio, diviene in Cristo proprietà di Cristo, non solo perché sua creatura, ma anche perché Gesù ci ha liberati, o meglio ‘acquistati’, con il suo sangue prezioso (cf. 1Pt 1,18-19).

         Ci sono altri possibili interventi consacratori: l’ordine sacro in particolare, che con il battesimo e la cresima è un sacramento che imprime nell’anima il sigillo divino. Anche, sia pure in modo diverso, la professione dei consigli evangelici accettata dalla Chiesa.

          Si tratta sempre di qualche cosa che rende partecipi delle realtà di Cristo, il quale dice di se stesso: “Colui che il Padre ha consacrato” (Gv 10,36).

          A questa consacrazione, che è azione di Dio su di me, ha da corrispondere la soggettiva, personale, consapevole offerta di me come volontà di uniformarmi a quello che sono: di Dio, in Cristo. Dio mi fa suo-io voglio essere suo!

3.

         Un momento particolare della Messa è l’offertorio, l’oblazione del pane e del vino, orientata a quanto lo Spirito Santo compirà su di essi facendoli diventare il Corpo e il Sangue di Cristo.

          E non si tratta soltanto dell’offerta del pane e del vino, ma di tutto il creato: il pane, frutto della terra, e il vino, frutto della vite, rappresentano tutta la creazione da offrire a Dio. Essi poi sono frutto anche del lavoro umano: vi ha collaborato, in un certo senso, tutta l’umanità e tutta la storia. Perché ci sia quel po’ di pane, è stato necessario l’intervento di tante persone: chi ha seminato, chi ha mietuto, chi ha macinato, chi ha impastato e cotto…, e ancora chi ha costruito gli arnesi necessari a tutto questo. Così pure quel po’ di vino. Il contributo di una moltitudine permette che ci sia il pane e il vino da offrire al Signore per la loro transustanziazione. E non importa che si tratti di un contributo inconsapevole.

            Ebbene: all’offertorio viene presentato al Signore anche questo lavoro umano, tutta l’opera di trasformazione. E come il pane e il vino diventeranno il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, così tutto il lavoro e tutta la storia si aprono al soprannaturale: mediante l’offerta nella Messa, l’attività umana viene ‘divinizzata’.

       E c’è anche un altro gesto simbolico, in questo momento della Messa: alcune gocce d’acqua sono versate nel vino del calice. Sono segno della unione dell’umanità alla divinità di Cristo, e segno dell’unione della nostra vita alla vita di Cristo.

4.

      “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo” (Gv 12,24). “Se l’uva non sente spremitura, non ne cola vino” (sant’Agostino).

        Mi pare che riuscirò a tradurre l’offertorio in vita se davvero mi metto a disposizione della volontà di Dio, se permetto a Dio di servirsi di me nelle situazioni concrete della giornata, se accolgo la gioia e la sofferenza come provocazioni ad accostarmi al lui, se valorizzo nella carità la vita di relazione, sopportando anche ‘le persone moleste’, se so offrire il mio tempo a favore degli altri…Soprattutto se accetto ogni disagio che può venirmi dal compimento fedele e generoso di quello che chiamo ‘il mio dovere’, senza aspettare le grandi occasioni per dimostrare che so essere bravo.

       Dall’offertorio della Messa porterò nella vita la consapevolezza che tutto ormai ho offerto a dio, e che devo adottare la legge del sacrificio. L’uso delle cose implica anche una rinuncia ad esse; il mondo materiale infatti mi è affidato perché io ne usi e vi rinunci, me ne interessi e me ne distacchi, ne sia il padrone ma che mi comporti da servitore di Uno che mi supera.

       Non sarà superflua, allora, la ‘mortificazione’.

Gesù ha parlato più volte della necessità del digiuno, ma ogni atto anche interiore, con il quale tolgo qualche cosa al mio egoismo, amplia il dominio di Dio su di me.

       Porterò sempre con me, nella fede e nella speranza, la convinzione che “tutto è di Dio”; e tutto restituendo a lui, voglio lasciarmi immergere nel suo amore, come quelle gocce d’acqua nel vino che nella Messa è diventato il sangue di Cristo.

RENDIAMO GRAZIE

       “Rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 5,20). “E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! … (…) E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre” (Col 3, 15.17). “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,16ss).

         E’ un’esistenza vissuta in rendimento di grazie a Dio, un sentimento di gratitudine sempre presente, che san Paolo raccomanda con una insistenza così spontanea che ne dimostra l’importanza e la bellezza.

1.

         Il Vangelo ricorda spesso che Gesù si raccoglieva a pregare; quando poi riporta le espressioni della sua preghiera, quasi sempre sono espressioni di lode e di ringraziamento: quando Gesù prega il Padre, lo ringrazia.

        Vicino al sepolcro di Lazzaro, alza gli occhi al cielo e ancora prima che il miracolo sia compiuto esprime un ringraziamento e dice: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato” (Gv 11,41). Così pure prima della moltiplicazione dei pani: “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì” (Gv

 6,11). E soprattutto all’ultima Cena: “Preso un calice, rese grazie e disse: Prendetelo (…). Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo…” (Lc 22, 17.19).

      E quando i discepoli ritornarono pieni di gioia dalla loro prima missione, “Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto” (Lc 11,21).

       Per Gesù rivolgersi al Padre, dargli lode, e ringraziarlo sono la stessa cosa.

       E anche Maria: il Magnificat è un cantico vibrante di gratitudine, di commozione, di meraviglia per quanto Dio ha operato in lei e opera per tutti gli umili. Fa un certo effetto, notare il contrasto tra la brevità del sì di Maria (“Eccomi, avvenga di me quello che hai detto”) e la sovrabbondanza gaudiosa del suo grazie (tutto il Magnificat).

2.

           Santa Teresa di Gesù Bambino ripeteva: “Tutto è dono”. Sì, tutto è dono, tutto è beneficio di Dio. Occorre che mi faccia un elenco? Sarebbe un elenco incompleto, comunque in questo momento penso all’amore dei miei genitori e dei miei famigliari; alle occasioni di conoscere Gesù, il suo Vangelo, la sua rivelazione dell’amore del Padre; alle opportunità di imparare, a scuola e fuori della scuola; alle tante persone di cui mi sento debitore per le cose che mi hanno insegnato con le parole ma più con l’esempio e la bontà; al perdono che ho potuto ricevere, da Dio e dai fratelli…E’ stata grazia di Dio il passato, lo è il presente, sono certo che lo sarà il futuro. Tutto mi porta qualche cosa di Dio.

            Credo di avere recitato tutte le mattine della mia vita, da quando l’ho imparata da bambino, la preghiera che apre la giornata con un atto di riconoscenza: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato, fatto cristiano, conservato questa notte”. Se tutto è grazia, è giusto che da parte mia tutto diventi rendimento di grazie. Ma a questa pratica, e sono grato anche a chi me l’ha insegnata, deve accompagnarsi nelle azioni la convinzione e la coerenza…

3.

          Tutta la Messa è eucaristia, cioè rendimento di grazie, ma in modo particolare la riconoscenza totale è espressa nel prefazio.

           Nel suo significato etimologico, la parola prefazio equivale a “ciò che si dice prima”, prima cioè della cosa più importante (come la prefazione dei libri). Ora, il prefazio è esattamente l’introduzione alla preghiera eucaristica vera e propria, e ne fa parte, non ne è staccata; ne è l’inizio.

            Si tratta di una espressione di ringraziamento in tono di gioia: rendiamo grazie sempre e in ogni luogo, perché è nostra dovere e inoltre causa di salvezza per noi il farlo. Vengono richiamati vari motivi di riconoscenza, e secondo il periodo dell’anno liturgico o la festa del giorno è messo in rilievo un particolare aspetto dell’azione di Dio in favore degli uomini.

          E alla fine, il “Santo, santo, santo”: un canto di adorazione e di lode, elevato dalla comunità presente alla celebrazione, in unione agli angeli e ai santi; è il canto della liturgia celeste come nelle visioni di Isaia e dell’Apocalisse. Nel linguaggio biblico, il vocabolo santo indica la trascendenza di Dio, il Dio che è infinitamente al di sopra di ogni creatura, al cui cospetto tuttavia ci troviamo.

4.

          Come trasferire il ringraziamento dalla Messa alla vita?

           Il prefazio è un’introduzione, e io sono sempre in preparazione, in cammino, in tensione; sono sulla soglia, sto per incontrare il Padre. Questo sentirmi in cammino verso è espressione di povertà e fiducia, di senso di responsabilità, perché la meta è Dio, un Dio che mi è Padre e mi ama, al quale sono sempre presente, e che devo sentire presente al mio cuore, alla mia vita.

          Ma ci sono due avverbi da realizzare: “sempre e in ogni luogo”; si tratta di vivere la mia giornata davanti al Dio santissimo, consapevole del suo amore e dei suoi benefici, in costante offerta e in costante profondo ringraziamento. Far presto a dirgli di sì, non finire mai di essere in azione di grazio; quante volte invece mi prolungo in contorti ragionamenti prima di accettare la volontà di Dio, e me la sbrigo con poco a ringraziarlo del suo evidente aiuto.

         Riconoscenza che voglio estendere per i miei fratelli e ai miei fratelli: ringraziare il Signore per i doni che ha fatto agli altri, essere grato agli altri che spesso sono strumenti vivi e responsabili dei doni di Dio a me. Grato ai fratelli, perché con la loro stessa esistenza essi sono un richiamo a vivere più attentamente la carità fraterna.

       La mia attività a favore del prossimo sarà espressione di vera gratitudine se è nella gratuità, nell’assenza di calcolo; in ultima analisi, anche qui non si tratta che di una restituzione. So che il tempo mi è donato perché io abbia ancora la possibilità di amare.

***

MISTERO DELLA FEDE

       “Nel concludere il racconto della morte di Gesù, Giovanni (19,37) cita una frase del profeta Zaccaria: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. E Luca conferma (23,48): Le folle che erano accorse a quello spettacolo…E’ quasi una definizione della Chiesa: il popolo di coloro che guardano il Crocifisso” (dal documento CEI: Evangelizzazione e testimonianza della carità). Mentre adoro il mistero che si compie sull’altare, voglio farmi spettatore di quello spettacolo, e volgere il mio sguardo al Trafitto, più contemplazione che riflessione.

1.

        Un primo sguardo alla sofferenza di Gesù.

        La sua sofferenza fisica mi è descritta in modo particolareggiato nei racconti evangelici della passione: dagli schiaffi alla flagellazione e alla corona di spine, alla via della croce, alla crocifissione e morte.

        E la sua sofferenza morale: egli prova paura e angoscia di fronte alla morte, si vede abbandonato da tutti (discepoli, miracolati, gli osannanti di pochi giorni prima…), non sente la presenza del Padre…In questo modo Gesù assume su di sé le conseguenze del peccato: la morte, la solitudine frutto delle rivalità umane, la separazione da Dio.

        Certo la fede cristiana pone l’accento sulla risurrezione di Cristo, sul suo trionfo, ma a risorgere è il Crocifisso, ad essere glorificato è il condannato. E si presenta l’interrogativo: perché la sofferenza di Cristo? E perché la sofferenza umana, in particolare la sofferenza degli innocenti? Non c’è una risposta razionale, ma io mi pongo di fronte al fatto: Gesù Cristo, l’Innocente, ha sofferto. E credo che dalla sua croce trae valore ogni tipo di sofferenza.  Accettare di attraversare con Gesù la sofferenza della passione e della morte, nella fiduciosa speranza di diventare partecipe della sua gloria e gioia.

        Un secondo sguardo all’umiliazione di Gesù.

        Così lo ha descritto il profeta: ”Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, maltrattato si lasciò umiliare” (Is 53,2-3.7). Ed era il Figlio di Dio! Dalla gloria divina all’annientamento, dalla felicità somma al tormento, dalla pienezza di vita alla morte.

          Niente meglio dell’inno liturgico della Chiesa primitiva, riportato da san Paolo, esprime questo mistero di umiliazione: ”Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce. (Fil 2,6-8).

        Le umiliazioni: forse la cosa più difficile da accettare.

2.

         Un terzo sguardo: la Croce e la Trinità.

         Nel discorso della Cena e nella preghiera sacerdotale (Gv 14-17) Gesù, mentre fa presentire il dramma incombente, pronuncia parole di tenerezza infinita per i suoi (anche per me!), e sono parole che coinvolgono il Padre e lo Spirito Santo. Infatti è l’amore trinitario che agisce nel mistero della redenzione, è la Trinità che è coinvolta nella Croce, è l’amore del Padre che Gesù rivela morendo, ed è lo Spirito che egli dona.

          Il mistero della fede è proprio qui: la Croce sta al centro della Tri-unità divina.

       Sono giuste le rappresentazioni del Crocifisso nella Trinità, con il Padre che sembra sorreggere la croce: l’amore che mostra l’amore. E’ quanto si esprime con il segno della croce, dove il gesto e le parole uniscono il mistero della Trinità a quello della redenzione.

3.

     Il sacrificio eucaristico è il memoriale della morte e risurrezione di Gesù, il memoriale del corpo offerto e del sangue versato. Non un semplice ricordo, ma un rendere presente e attuale il sacrificio di Cristo, sotto il segno sacramentale del pane e del vino. Per il sacrificio eucaristico, siamo contemporanei di Gesù, contemporanei al suo sacrificio sulla croce; siamo spettatori di questo spettacolo, che provoca la nostra fede come fu per il centurione il quale: “Vistolo spirare in quel modo, disse: Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39).

       Sì: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28).

       Partecipare alla Messa è come essere presente nel cenacolo in quel giovedì sera, e sentirmi con gli apostoli nell’intimità di Gesù: “Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1).

      Ma era la vigilia della passione, e le parole “Corpo offerto in sacrificio per voi” e “Sangue versato per voi e per tutti” mi pongono ai piedi della croce. In questo momento della Messa sono ai piedi del Trafitto.

4.

    Come trasportare questo nella mia giornata?

    Non poche volte il mio sguardo si posa sull’immagine del Crocifisso; che non sia mai con indifferenza, perché essa rappresenta il mio Redentore, la cui sofferenza e morte hanno come motivo anche i miei peccati. Non starò più attento ad evitarli?

    Il mio sguardo si posa anche su qualche fratello sofferente, poiché lo riconosco unito alla sofferenza di Cristo, è Cristo che devo vedere in lui.

    E non mi dimenticherò della parola del Signore: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Lc 9,23).